La verità, vi prego, sul pranzo in ufficio

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In un periodo contraddistinto da stanchezza cronica, palpebra calante e pisolini sul divano mezz’ora dopo la sveglia, non dovrebbe stupirmi l’incapacità di preparare con il necessario anticipo quello che a Torino si chiama baracchino e a Milano schiscetta, cioè il pranzo da portare al lavoro.

Quando va bene taglio grossolanamente un pomodoro e un cetriolo, li cospargo di semi di lino e chiudo tutto nel mio contenitore di plastica viola.

Quando va male, mangio cose a caso acquistate in posti che la maggior parte delle volte non mi convincono granché.

Ieri ho comprato un panino al tacchino che si è rivelato essere un po’ stantio, ma purtroppo l’ho mangiato in ufficio quindi non ho potuto lamentarmi. Che poi chissà in che lingua l’avrei mai potuto fare.

Insomma, oggi ho optato per un pacco di gallette di mais – sane, leggere e via dicendo – ma nel banco frigo non c’era niente che avrei potuto sparlare sulla loro superficie.

Perché come se non bastasse, sto cercando di stare alla larga dai latticini e per quanto attraente, ho deciso di lasciare al suo posto sullo scaffale il formaggio spalmabile e per farla breve, mi sono diretta alla cassa con un prodotto che da ragazzina bramavo ma che mai avrei pensato di acquistare da – eh, da meno ragazzina.

Il patè di tonno in tubetto, in questo caso tonno & ketchup perché l’alternativa era tonno & formaggio. Al prezzo di poco meno di 2 euro ho avuto il grande onore di farcire le mie gallette con un alimento vagamente nauseante ma dalla consistenza giusta e mi sono chiesta quante volte, quando si scelgono un lavoro, una casa, un luogo in cui vivere ci si accontenta di qualcosa che non sa di buono, ma che ha la consistenza giusta.

Credo che spesso siano situazioni inevitabili, che ogni adulto dotato di capacità cognitive minime sappia che inseguire i sogni è molto bello ma che la percentuale di fallimento è molto alta, che a cercare il lavoro perfetto si rischia di rimanere disoccupati o di sottostare a sistemi simili alla schiavitù della gleba in virtù della grande opportunità offerta, che anche la casa più nuova nasconde almeno un’infiltrazione sopra la finestra del bagno.

Però a volte anche situazioni à la patè di tonno possono avere un risvolto positivo.

Ad esempio, sono più che sicura che pur di non mangiarlo più, da domani nella mia borsa ci sarà quasi sempre il baracchino.

 

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