Nel dubbio, tutto a 40°

Arrivata a trent’anni,i segreti dell’economia domestica mi sono stati quasi tutti svelati. Ma non è stato sempre così, ed è bene fare occasionali bagni di umiltà e ricordare da dove si viene. Cioè dalla lavanderia della casa dello studente dell’Università di Pisa.

Per chi ha sempre evitato come il miglior campione di slalom i lavori di casa, il primo impatto con l’indipendenza domestica può essere un po’ difficile.

A me accadde nel 2010, quando armi e (troppi) bagagli mi trasferii sulle sponde dell’Arno per concludere gli odisseici studi universitari.

Il primo grande problema fu, come per molti altri erranti dell’istruzione universitaria, l’incontro con la lavatrice. Non mi si fraintenda, a casa di mia madre ero solita caricare cestelli ed occasionalmente anche a scaricarli, ma finché non ho dovuto relazionarmi con le lavanderie in comune non avrei mai pensato di controllare che nella gomma sul bordo  esterno dell’infernale macchinario non fossero rimasti incastrati dei calzini.

Perché va detto, molti studenti di arte non vanno in giro con le calze spaiate per esprimere attraverso i filati di Scozia la loro drammatica ed unica creatività, ma perché nessuno gli ha mai detto di controllare nella gomma.

Né che facendolo, oltre ad eventuali capi di biancheria trovaranno grovigli di capelli tali da nauseare le parrucchiere più scafate.

La temperatura di lavaggio, a meno che non si sia riusciti a separare meticolosamente il bucato e ad accumulare una buona quantità di bianchi non delicati, sarà inesorabilmente di 40°. Perché giocare sul sicuro, quando si studia fuori sede senza particolari disponibilità economiche, è sempre la scelta vincente.

A Tirana l’uso della lavatrice ha acquisito tutta un’altra prospettiva, e non solo perché la scorsa settimana un tubo si è sfilato dal muro allagandomi – per la seconda volta in un anno – il bagno.

Ecco i miei indispensabili consigli per fare il bucato da queste parti.

  1. Non essendo in vigore le fasce orarie per l’uso dei grandi elettrodomestici, fate la lavatrice un po’ quando vi pare. Io di solito sfrutto il sabato mattina, quando il sole splende ed ho quel paio d’ore di gioiosa libertà.
  2. Attenzione alla delicata operazione della stesura dei panni, soprattutto suii fili esterni: in più di un’occasione ho accidentalmente fatto cadere piccoli capi, perlopiù calzini, per poi scoprire che qui non vale la sabauda abitudine di lasciare ciò che finisce sul balcone nell’androne, così che il legittimo proprietario possa recuperarlo. Ciò che cade è perduto, anche se è una coperta gigante. Tratto da una storia vera.
  3. Calma e sangue freddo sono necessari in una città in cui i blackout sono così frequenti. Potreste trovarvi a guardare per due-tre ore i panni galleggiare nell’acqua saponata oltre l’oblò e vedervi costretti a rilavarli da capo. C’est la vie, c’est l’OSHEE.
  4. A proposito di OSHEE, l’unica azienda che si occupa di fornitura elettrica: non state a crucciarvi sulle fantasiose bollette che, forse per creare emozioni forti e non farci annoiare, possono passare dai 30 euro di dicembre ai 70 di gennaio. Che lo scorso mese abbiate lavato tutto il contenuto dell’armadio quattro stagioni o meno, l’importo da pagare sarà imprevedibile.
  5. Tornando alla stesura dei panni, se si riesce a non far cadere niente dal balcone stenderli fuori è la scelta migliore. Siamo a sud, sulle sponde del Mediterraneo, il sole è caldo e l’aria è pulita. Almeno, lo è lontano dalle grandi arterie stradali.

Infine, ma questo devia leggermente dall’argomento principale, se durante un raptus di decluttering vi trovate con degli abiti inutilizzati, non lanciateli nei cassonetti. Chiudeteli bene nei sacchi e lasciateli piuttosto vicino a quei cassonetti, dove le persone che per vivere recuperano e rivendono la plastica dei nostri scarti quotidiani possano eventualmente prenderli e farne uso.

Concludo con alcune foto risalenti ai miei anni da fuori sede in terra pisana, perché il disagio quotidiano non si limitava al bucato e perché chi dimentica è complice.

Nell’ordine: il mesto contenuto del frigorifero, un bicchiere di vodka Redbull abbandonato da un’amica accanto ad un bicchiere pieno di brillantini e cucchiaini e la mia postazione di studio, ossia il comodino, ché la rete internet non era wireless e il mio cavo era tristemente troppo corto per raggiungere il tavolo.

 

Advertisements

Leave a Reply

Fill in your details below or click an icon to log in:

WordPress.com Logo

You are commenting using your WordPress.com account. Log Out / Change )

Twitter picture

You are commenting using your Twitter account. Log Out / Change )

Facebook photo

You are commenting using your Facebook account. Log Out / Change )

Google+ photo

You are commenting using your Google+ account. Log Out / Change )

Connecting to %s