Get a life. O almeno un blog.

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“Blogging isn’t about publishing as much as you can. It’s about publishing as smart as you can.”  – Jon Morrow

Alcuni anni fa, scrivere un blog era figo. Talmente figo che il dissacrante e meraviglioso Hank Moody all’inizio di quella genialata malamente conclusa di Californication cerca con tutto sé stesso di evitare di curarne uno.

Oggi tenere un blog è diverso. I veri fighi della blogosfera di ieri sono diventati scrittori, o comunque vivono del loro scrivere. Alle brutte, ricevono le polverine Natural Mojo da recensire.

I giovani d’oggi preferiscono gli youtuber e gli influencer, che per chi è vissuto chiuso nel bagno di casa fino a questo momento significa persone pagate dalle aziende per fare l’equivalente internettiano delle televendite, dicendo che è tutto bellissimo e performantissimo e oh mio dio senza l’ultimo fonfotinta di Pupa non credo avrei la forza di uscire di casa.

Proprio stamattina, con un’amica ed ex collega che come me si occupa di comunicazione disquisivamo dei modi in cui codeste rampanti influencer gestiscono le shitstorms che inevitabilmente, promuovendo prodotti a caso come non ci fosse un domani, prima o poi le travolgono.

Diciamo che non lo fanno particolarmente bene. Sarà che hanno saltato a piè pari quel periodo meraviglioso in cui condividere più o meno bene i propri pensieri su internet era al netto di collaborazioni e sponsorizzazioni, un periodo di – formazione? – che forse oggi le aiuterebbe ad essere più professionali nella gestione delle critiche.

I blog stanno evidentemente vivendo una fase discendente, in parte per YouTube e in parte per Instagram, luoghi in cui tutto è letteralmente patinato (devo abbassare la luminosità dello schermo ogni volta che apro un video, quelle che usano più che ringlights paiono visioni mariane on demand), ma a me leggere i blog continua a piacere.

Mi rilassa aprire il lettore di WordPress e leggere concetti interessanti scritti in un italiano di livello decente, mi piace pensare che questa sia rimasta un’enorme e ramificata community in cui la considerazione per il lettore fa sì che non ci sia niente di male ad ammettere una collaborazione quando c’è, o a stroncare un prodotto anche se ricevuto in dono da un’azienda.

Sarà per questo motivo che a ricevere regali e regalini sono quelle che “ma ve l’ho detto al minuto 14 del video che è un contenuto sponsorizzato!“.

Lunga vita ai blog, ai contenuti scritti con cura e all’italiano decoroso, quello che due anni e mezzo all’estero mi stanno facendo dimenticare.

Tutto questo per arrivare a dire che mi sono accorta che la blogosfera italiana è ancora un luogo pieno di angolini interessanti, e che forse sarebbe il caso di dare ai miei preferiti un po’ di spazio tra queste pagine. Work in progress.

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