Sarset e carciofi

Di Proust e del suo tempo perduto ci siamo tutti riempiti la bocca almeno una volta nella vita, perché come l’Ulisse di Joyce è uno di quei capisaldi letterari ormai patrimonio comune ma che ben pochi hanno letto.

Io, per esempio, lo scoprii la prima volta vendendo biscotti bretoni – tra i quali figuravano naturalmente le celeberrime madeleines – all’Isola d’Elba.

Questa inutile premessa è per sottolineare la mia ignoranza e promettere che mai e poi mai nelle prossime righe citerò o farò riferimento all’opera in questione, sebbene l’argomento sia grossomodo quello. Anche se trattato in modo più ruspante, che fossi stata un decimo del buon Marcel non starei qui a scrivere scempiaggini su WordPress.

Ne ho già scritto in abbondanza, delle sottili ma percepibili differenze tra il mio luogo d’origine e quello di adozione. Anche delle modifiche fisiche e psicologiche che cambiare paese comporta (non ultima, il dovermi concentrare per parlare l’italiano senza arrotolare le R), quindi oggi mi dedicherò alle cibarie.

A quelle di cui non posso che provare nostalgia, visto che in questo angolo di mondo sono introvabili.

Come i carciofi, meravigliosi ed eleganti ortaggi dall’odore inconfondibile che avvolge tutti i mercati di Torino in questo periodo dell’anno.

Li ho sempre mangiati senza troppa attenzione, una verdura come un’altra, ed ora li bramo in ogni versione: crudi con succo di limone e scaglie di grana, saltati in padella, infilati malamente in improbabili lasagne verdi e naturalmente fritti, che qui expat o no sempre terroni siamo.

Oppure la sarsèt, parola piemontese che significa valeriana. Mi rendo conto che non sto parlando di cicoria o di rucola, il cui sapore piccantino spicca rispetto alle altre varietà di insalata, ma di un vegetale che non ha nulla di speciale a parte il non dover essere tagliato per diventare insalata, e che con le sue foglie dalle linee morbide e arrotondate è una gioia per lo sguardo.

È strano quello che si brama quando si è lontani da casa. Di altri cibi più complicati o apparentemente raffinati, come la burrata o la focaccina con il sugo e una singola oliva nera di panetteria, riesco a fare tranquillamente a meno.

Per quanto mi riguarda, ma io son campagnola e meridionale, non fiori ma mazzi di carciofi.

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