Malati immaginari e documenti sottovalutati

Sono stata, sono e sempre sarò una che ce n’ha sempre una, che se non sono i crampi mestruali che mi han fatto trascorrere le vacanze di Natale di terza media in ospedale sarà l’appendicite dei 21 anni, o magari le vene delle gambe che col caldo si gonfiano e mi costringono a camminate notturne da una stanza all’altra per alleviare il fastidio..

Sono inoltre ancora convinta che l’umidità irlandese dell’inverno 2006-2007 mi abbia causato i reumatismi, ed ho trascorso il periodo in questione lamentandomi così copiosamente da sembrare una comparsa de Le ceneri di Angela.

La fortitudine d’animo che quasi sempre mi accompagna nulla può contro gli acciacchi, i malanni, i piccoli infortuni che fanno parte della mia quotidianità; tre anni fa, in procinto di trasferirmi in questa parte d’Europa, pensai fosse una mossa furba portare con me lastre e referti medici vari. Bene, sono rimasti ai piedi delle Alpi, che così tanto spazio in valigia da dedicare alla storia del mio fisico malandato non ne avevo.

Ciononostante, in quasi tre anni d’Albania non sono mai stata – tocchiamo ferro – in ospedale. Che sia stata una reazione involontaria a tutte le volte in cui qualcuno mi ha detto “se stai male, fatti mettere sul primo volo per l’Italia” o invece conseguenza dell’effetto dopante che queste terre hanno sul mio sistema immunitario, sta di fatto che ad oggi non mi ero neanche presa la briga di procurarmi il libretto necessario ad avere assicurate le cure mediche di base.

 Poi un martedì mattina, sulla linea Unaza che mi portava verso l’ufficio, ho avvertito un senso di nausea tipo tsunami stranamente non dovuto alla guida spericolata dell’autista.

Senza stare ad approfondire il malore corredato di mal di testa, fitte al ginocchio e tremore della mano, mi sono trovata in una situazione in cui – guarda un po’ – il possesso di tale libretto era richiesto.

Mi è tornato in mente il cazziatone di mio padre quando, fresca d’emigrazione, lamentai l’orrenda truffa (20 centesimi) perpetrata ai miei danni dal fattorino dell’autobus Durazzo-Tirana: il saggio genitore dalle fulve chiome sottolineò che sta a me trovare il modo di farmi capire ed eventualmente protestare davanti ad un’ingiustizia o a una necessità, che nessuno mi avrebbe mai regalato nulla e che, minchiona che sono, avrei dovuto chiedere il prezzo del biglietto prima di adagiare il posteriore sul sedile.

Discorso che, riadattato alla situazione attuale, suonerebbe come tre anni e ancora non hai finito di raccattare i documenti che ti servono per vivere decentemente in Albania?

La morale di questo racconto fatto di malattie ottocentesche e di incidenti improbabili ma potenzialmente mortali è questa: i documenti servono, anche se la voce persistente della pigrizia fa credere di no.

A parte lo stato di famiglia e il certificato di nascita richiesti per il permesso di soggiorno, quelli sono 32 euro buttati, alla polizia per l’immigrazione non li hanno mai voluti.

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Nei giorni feriali mi ammalo, in quelli festivi mi piace lavorare e diventare best buddies con la sedia accanto alla mia.

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