Burnout & cinema horror

Sarà che non sono immune al marketing ed ultimamente tutti parlano di IT, sarà che il cinema horror tende a riacquistare il proscenio nei momenti in cui la realtà quotidiana è particolarmente preoccupante e quasi impossibile da normalizzare, sta di fatto che nelle ultime settimane ho mangiato verdure bollite e horror.

Negli ultimi mesi sono stata sull’orlo del burn-out in così tante occasioni che avrei dovuto assumere un elettricista personale.

Sarà per questi motivi che ultimamente ho sviluppato un interesse morboso per le cose di paura? Applicando alla vita quotidiana le teorie che imparai un bel po’ di anni fa, è estremamente probabile che sia così.

La professoressa di storia del cinema italiano che costrinse decine di studenti a guardare l’opera di Dario Argento tracciò un parallelo, appunto, tra cinema horror e i tempi in cui ha il successo maggiore: negli anni ’70, in Italia, i film di Argento, Bava e degli altri maestri del genere servivano un po’ a sublimare le paure e le ansie dovute alla quotidianità ben poco allegra degli anni di piombo.

Allo stesso modo, i primi anni Duemila e la “guerra al terrore” hanno fatto da sfondo ad un revival dell’orrore con una vagonata di remake di film (appunto) degli anni ’70 e questi ultimi anni, caratterizzati da eventi ben poco divertenti dal punto di vista sociale ed economico hanno contribuito ad una nuova ondata di interesse per il genere.

Bella introduzione, né? Lungi da me paragonare le mie microscopiche preoccupazioni ai drammi storico-sociali in corso, nel mio piccolo questo periodo di stress prolungato è stato accompagnato da film, serie tv, musica e libri abbastanza disturbanti.

Proprio oggi, primo di due giorni di agognate ferie, ho pensato di andare al cinema da sola per guardare It (come se non fossi la cagasotto che sono) , proposito miseramente fallito a causa dello sdoppiamento mentale tra Italia e Albania che non mi fa mai ricordare che qui i film escono prima.

Ultimamente le mie serate sono state accompagnate da tazze di tè e da Penny Dreadful, una serie che di sereno e consolatorio ha ben poco; ciononostante, ho dormito come un agnellino senza incubi né risvegli improvvisi nel cuore della notte: se questo non è un esempio di sublimazione andata a buon fine, non saprei come altro chiamarlo.

Le lunghe ore trascorse in ufficio sono invece state allietate da uno dei miei album preferiti di sempre, di quelli che ascolto raramente ma continuo ad amare in modo incondizionato. Parlo di Holy Wood, a mio parere capolavoro del – di nuovo – non troppo rassicurante Marilyn Manson.

Chiude il cerchio la lettura iniziata stamattina in una location assai bucolica, ossia una delle poche strade semi pedonali della città: Ritorno a Peyton Place, che pur non appartenendo al genere ha molto in comune con, per esempio, alcuni lavoro di Stephen King tra cui It. L’ambientazione provinciale e apparentemente normale, la placida vita quotidiana dei personaggi, l’orrore (questa volta non sovrannaturale, ma tant’è) di ciò che si nasconde appena oltre la superficie.

La paura aiuta, soprattutto a placare una mente affaticata o eccessivamente preoccupata, ma chissà che al termine di queste ferie che altro non sono se non un periodo di transizione non mi torni la voglia di guardare bizzarre e surreali serie tv britanniche.

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