Maschere in tessuto: perché no.

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Oggi è l’International Women’s Day ed ho quindi deciso di parlare di ambiente. Makes sense.

Questa mattina, mentre mi aggiravo raminga all’interno di Rossmann & Lala alla ricerca dei cerotti per pulire i pori del naso (TMI, lo so), ho notato per la prima volta le fantomatiche maschere in tessuto che tutte le beauty blogger del globo vanno adorando su tutti i social conosciuti. Forse anche su quelli sconosciuti, indagherò.

Dopo l’excursus sugli scrub a base di plastica (potete trovarlo qui), oggi andrò ad ammorbare il mondo virtuale con una predica che ha come protagonista la monnezza.

Premesso che sono abbastanza convinta che prima o poi la sovraproduzione della stessa sarà assolutamente fuori moda, e che guarderemo storto chiunque non riutilizzi buste e contenitori (e che anche le aziende saranno costrette ad adattarsi), mi domando come delle giovani donne del ventunesimo secolo possano trovare normale acquistare un prodotto come le maschere per il viso in confezioni singole.

Confezione singola significa un involucro per ogni singolo prodotto, ma anche che ogni giorno (perché molte di loro sono – per loro stessa ammissione – addicted to sheet masks. Ciao Cliomakeup) aprono il suddetto involucro, estraggono il lembo di tessuto in esso contenuto e nel giro di qualche minuto buttano via tutto, tessuto ed involucro.

Dall’alto dei miei maldestri tentativi di ridurre l’impatto ambientale delle mie scelte (e quindi dei miei acquisti), trovo tutto questo abbastanza assurdo. Penso inoltre che il compito di queste beauty blogger ed influencer sia anche quello di orientare le politiche delle aziende, non solo le scelte del loro pubblico: mi è sempre sembrato che i problemi di natura etica siano stati generalmente sollevati dal basso, ossia dai consumatori (penso ad esempio alla questione Garnier – esercito israeliano, o quella Jeffree Star – razzismo).

Io capisco che ricevere prodotti gratuitamente sia bello, che collaborare con i maggiori brand del settore sia parte del lavoro della beauty blogger e che nessuna di loro voglia vedersi esclusa dalle campagne di promozione o dagli eventi; mi rendo anche conto che il loro ruolo pubblico non presuppone alcun tipo di coscienza ambientalista (anche se credo che quest’ultima dovrebbe essere innata in Occidente, negli anni Dieci del 2000), che non avendo le discariche sotto casa probabilmente non hanno molto chiaro ciò che accade ai rifiuti non differenziabili e che probabilmente poco gli importa dei Paesi che li importano in cambio di liquidità, ma nel mulino che vorrei blogger, vlogger ed influencer in genere sono persone intelligenti, attente a ciò che le circonda e all’impatto ambientale delle loro scelte.

Il mulino che vorrei non esiste, qui però c’è un articolo interessante e pieno di consigli utili per chi proprio non può fare a meno di spiaccicarsi sul volto una maschera in tessuto.

 

2 pensieri su “Maschere in tessuto: perché no.

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