La piaga di Tirana? Il traffico! (semicit.)

Sottotitolo: the hills are alive with the sound of traffic

Ieri ho fatto una pazzia, di quelle da giovincelle frizzantine o da massaie temprate dalle pulizie domestiche e da una nidiata di almeno sei pargoli: ho trascorso il pomeriggio in un centro commerciale.

Ieri era sabato.

Per la cronaca, il luogo in questione è il Tirana East Gate, un enorme edificio deputato al consumismo con annessi cinema multisala, bar, area giochi, supermercato e via discorrendo. Tipo Le Gru ma più piccolo, ecco.

Cosa siano i centri commerciali il sabato pomeriggio lo sappiamo tutti, quindi non starò a raccontare del male ai piedi ricevuto in dono dopo quasi tre ore di camminata tra relle e camerini (anche perché, stanchezza a parte, ad andarci una volta all’anno codeste cattedrali nel deserto non sono male).

Sulla strada del ritorno, provata ma contenta di avere ad aspettarmi nel futuro prossimo un espresso e mezzo litro d’acqua naturale, mi sono goduta le splendide colline che circondano Tirana ad est.

Alture verdeggianti che ancora conservano le vesti del loro passato contadino, con covoni di fieno e placide mucche che pascolano a pochi metri dal guardrail, con le case basse e bianche tipiche delle campagne albanesi accanto alle palazzine di chi ha già venduto la terra ed è arrivato primo nell’inarrestabile processo di allargamento della città.

La pace visiva di un tale panorama era interrotta dai rumori del traffico, rumori che sono diventati il solito caos una volta giunti in città.

Mi sono chiesta cosa succederebbe se si imponessero le targhe alterne tutti i giorni, potenziando allo stesso tempo il trasporto pubblico che connette i punti di arrivo delle superstrade ai quartieri metropolitani.

Ho sognato strade più pulite e strisce pedonali effettivamente utilizzabili senza rischiare la vita, né creare code dallo Zogu i Zi fino in centro; ho immaginato marciapiedi non utilizzati a mo’ di parcheggio da robusti proprietari di lucenti fuoristrada.

Soprattutto, mi sono ricordata cosa succede quando rientro in città dopo alcuni giorni in terra italica. Il naso che pizzica incessantemente prima di chiudersi in uno sciopero sempiterno, la gola che brucia, la pelle che si copre di uno strato grigiastro di polvere.

Non vorrei star qui a fare l’esperta che non sono, ciò che so è che nella mia città di origine il potenziamento del trasporto pubblico (in quel caso la metropolitana) e la costruzione di un paio di grandi parcheggi presso i due capolinea hanno fatto la differenza.

Resta, a leggere i report, la città più inquinata d’Europa, ma come rispondo a mio padre quando me lo fa notare – è perché, ufficialmente, Tirana non è in Europa.

Spero che, in un futuro non troppo lontano, sarà possibile godersi una città già fin troppo grigia e cementificata senza le infinite code di automobili (e l’inquinamento acustico di migliaia di clacson), ma soprattutto non vorrei avere sulla coscienza l’eventuale decesso dell’amico asmatico che verrà a trovarmi tra un paio di mesi.

 

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