Chi rimane in Italia è migliore di chi se n’è andato?

Da un paio di giorni, complice la notte più lunga della Repubblica, i social (ed in particolare Twitter) sono esplosi.

In una fiumana di botte e risposte, un paio di tweet mi hanno colpita perché hanno riportato in auge un grande classico, che rifiorisce ad ogni campagna elettorale: stiano zitti gli espatriati, non vengano a fare lezioncine a noi che siamo rimasti.

Non è stato tanto l’assunto per il quale se si è lasciato il Paese si è in qualche modo traditori e non si dovrebbero commentare le vicende politiche italiane, è stato più quel “noi che siamo rimasti” a lasciarmi basita.

La retorica del “traditore della patria che deve starsi zitto” non mi è nuova ed ho già avuto modo di lagnarmene sul web in passato, ma non avevo mai riflettuto su quella dell’eroismo di chi non parte.

Dal mio (non richiesto) punto di vista di espatriata, credo non ci sia eroismo in queste scelte opposte.

Credo servano un po’ di coraggio e un po’ di incoscienza per provare a costruire qualcosa di nuovo lontano da casa, dalla realtà in cui si è cresciuti e dal luogo in cui tutti capiscono la propria lingua madre, ma non ho opinioni sul coraggio di chi resta: ditemi, si è più coraggiosi a non lasciare l’Italia?

Lo chiedo senza spirito polemico, perché avendo compiuto la scelta opposta non so quale sia il sentimento preponderante in chi, pur avendo le competenze e le potenzialità per costruire qualcosa all’estero, decide di restare in Italia nonostante le difficoltà, il mercato del lavoro, l’assenza di prospettive.

Pur conoscendo una sola delle due facce di questa medaglia, credo che i due macrogruppi che le compongono non dovrebbero giudicarsi a vicenda, né assumersi una sorta di automatica superiorità morale.

A me importa poco dei motivi per cui il barista di Piobesi non è andato a preparare i gin lemon a Londra, né di quelli per cui la laureata in Economia e Commercio di Aosta continua a fare stage sottopagati invece di spostarsi all’estero.

Che sia per amore, per la famiglia, per gli amici, ogni motivazione è giusta e legittima. Ognuno sceglie per sé, con tutto il coraggio del caso. Non credo che chi resta sia migliore, ma neanche che lo sia chi parte.

Come cantava Gaber, per fortuna o purtroppo siamo e restiamo cittadini dello stesso Paese, un paese le cui politiche di governo influiscono anche su chi risiede altrove.

Per dirne una, un’eventuale Brexit all’italiana ridurrebbe anche il mio passaporto a carta straccia, non solo quelli di chi abita a Cesano Boscone o a Santa Maria Capua Vetere.

Ditemi quindi, amici e lettori: pensate anche voi che chi ha lasciato l’Italia dovrebbe astenersi dal commentarne le vicissitudini politiche e sociali del Paese?

Dovremmo restare nei nostri angolini, sperando di fare un giorno il colpaccio e diventare qualcuno che “in Italia lucidava le traversine dei binari, in Nuova Zelanda ha inventato il treno volante”, così da essere lodati e portati ad esempio?

Naturalmente, sempre a patto di non esprimere opinioni, ma di limitarsi ai “vorrei tanto tornare in Italia, l’Italia è un pezzo ‘e core, videochiamo la nonna ogni domenica mentre impano le polpette di canguro”.

Perché è vero, l’Italia è un pezzo di cuore, ma non mi sento una cittadina peggiore per aver scelto di vivere altrove.

Espatriata senza valigia di cartone ma con Superga bucate, ca 2014.

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