Esperimenti culinari potenzialmente fallimentari: la marmellata di pesche

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Dopo la gloriosa condivisione della ricetta del rustico nella sua versione italo-albanese, torno con una preparazione casalinga – questa volta un po’ più impegnativa, almeno dal punto di vista dei tempi.

Premessa: mio padre e la sua compagna producono quantità industriali di marmellate di frutta. Mela e kiwi, arancia e limone, marroni: non c’è frutto che non mettano in vasetto. Alcuni mesi fa mi feci spiegare il procedimento che utilizzano, ma una buona dose di pesaculismo ha fatto sì che non mi ci cimentassi.

In realtà partivo moderatamente scoraggiata da una precedente esperienza poco soddisfacente: due anni fa acquistai un chilo di ribes neri scambiandoli per mirtilli, provai a farci una conserva rimuovendo quei cazzo di noccioli piccolissimi uno ad uno ed il risultato fu deprimente.

Mi rassegnai quindi a dover acquistare la guarnizione delle mie colazioni al supermercato. Una decisione sofferta che interruppi timidamente una decina di giorni fa, quando provai a far bollire un po’ di frutta per vedere l’effetto che faceva. Il risultato non fu malvagio e mi portò a pensare di poter diventare la Bonne Maman dei Balcani, la santa Rosa di Tirana ovest.

In questa soleggiata domenica, giunta a rallegrarci dopo due settimane di maltempo, ho quindi svaligiato il banco ortofrutticolo dove sono solita rifornirmi, per portare a casa un paio di chili di pesche (per la modica cifra di un euro e un po’).

Il tempo di giungere a casa e già mi era passata la voglia di sbucciare, tagliare, cuocere. Ho quindi cincischiato per un’oretta, ho preparato un’insalata fredda di lenticchie e patate ed uno tzatziki rivelatosi simile a un beverone Natural Mojo (consiglio: non frullate cetriolo e yogurt insieme), mi sono spiaggiata sul divano come un capodoglio sulle coste del Mare del Nord ed infine, stremata dalla visione busta colma di frutta abbandonata sul tavolo, mi sono data alla preparazione.

Primo errore: non ho preventivamente fatto riempire la bombola del gas che di solito uso per cucinare. Qui in Albania, o quantomeno nei quartieri di Tirana in cui ho abitato, le case non sono dotate del collegamento alla rete del gas, quindi o si cucina con le piastre elettriche, o si utilizza la bombola.

L’assenza di una fonte di gas in casa ha fatto sì che io tenessi accesa la piastra per un paio d’ore abbondanti, con potenziali ripercussioni in bolletta alle quali non voglio neanche pensare.

Ad ogni modo, dopo aver pelato, snocciolato e tagliato a pezzetti la frutta, ho lanciato i tocchetti spelacchiati in una pentola e, dopo avervi aggiunto un bicchierone di zucchero, li ho messi a cuocere a bassa temperatura.

A metà cottura ho aggiunto una spolverata di cannella perché mi andava ed ho messo due vasetti a bollire in un’altra pentola; pare che questo passaggio sia necessario per sterilizzarli, per me sarà solo fonte di un ulteriore salasso all’arrivo della temuta bolletta OSHEE.

Quando la frutta si è quasi completamente spappolata, ho spento il fornello e l’ho lasciata riposare; l’ho quindi travasata nei vasetti e graziosamente riposta in frigo.

Le prime impressioni sono che la casa profuma di crostata e che, a prescindere dal risultato, provare a preparare in casa degli alimenti che solitamente si acquistano già pronti è una soddisfazione enorme.

Poi una spera che il risultato sia buono, ma intanto ci si sente assai empowered e in contatto con la natura, l’universo e tutto quanto.

Ma soprattutto con l’agenzia dell’energia elettrica.

Se qualcuno avesse consigli o ricette alternative, sarò ben lieta di leggerli e magari provarli. Ma solo dopo aver riempito la bombola.

Qui sotto, un’istantanea a memoria del primo, timido tentativo di cui sopra. 

 

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