Vivere all’estero: appunti e considerazioni

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Qui sopra, a sinistra: nel 2004, con guance prominenti ed un’infelice scelta tricologica, in giro per quella che speravo sarebbe diventata la mia casa, l’Irlanda.

A destra: quattordici anni dopo, a spasso per quella che non avrei mai pensato sarebbe diventata la mia casa, l’Albania.

Avevo dodici anni quando, sfogliando un enorme volume fotografico che apparteneva a mia madre, decisi di voler andare a vivere in Irlanda.

Gli arbusti battuti dal vento che arrivavano a pochi passi dai precipizi delle scogliere, i cottage bianchi dalle porte colorate, le strade dei villaggi che mi ricordavano quel capolavoro dimenticato che è Darby O’Gill And The Little People, tutto sembrava dirmi here you could be happy.

Ho continuato a credere che avrei realizzato quel sogno preadolescenziale fino ai 27 anni, tant’è che mi sono laureata con due tesi sul cinema nordirlandese, credendo fermamente che avrei provato ad accedere alla scuola di dottorato della Queen’s University di Belfast.

Little did I know.

Un anno dopo ero approdata molto più a sud e molto più ad est del previsto, pativo il caldo torrido dell’estate albanese ed iniziavo ad ingozzarmi di byrek e qofte un giorno sì e l’altro pure.

La vita va in direzioni inaspettate, ma credo che seguire le proprie aspirazioni aggiustando il tiro sia (quasi) sempre un’ottima idea.

Quel pesantissimo volume che sfogliavo seduta sul divano giallo nella casa della mia infanzia mi diede il primo input, facendomi capire che ero curiosa e avevo la necessità di conoscere il mondo; non si trattava di quella voglia di scorazzare su e giù per il globo, non solo almeno: volevo conoscere le cose dall’interno, vivendoci.

So che siamo in molti ad essere mossi dalle voglie alternate di andare e restare di Guccini, così come mi sono resa conto che la tensione continua tra due luoghi che chiamo casa è un modo per normalizzare un’inquietudine che mi sono sempre portata appresso, e che ora pare in parte sopita.

Noi italiani siamo fortunati. I nostri passaporti ci consentono di muoverci con facilità e di poter evitare – almeno nei confini dell’UE – le lunghe ed estenuanti trafile a cui sono sottoposti i migranti che non hanno avuto la fortuna di nascere nel posto giusto.

Da italiana in Albania, io mi sento fortunata. Tanto fortunata. In quattro anni ho fatto più esperienze di quante possa ricordarne, arrivando nell’ultimo anno a fare un lavoro che amo e che mi dà continue soddisfazioni.

Non è sempre facile vivere a Tirana, ma il continuo movimento di questa città mi fa sentire meglio dell’immobilità che percepivo nella mia città natale. Ancora oggi mi capita di sognare i verdi campi e le torbiere irlandesi, e non escludo che prima o poi la vita mi porterà da quelle parti, ma è l’esperienza all’estero in sé a meritare di essere vissuta.

Per questi motivi, al netto dello stress dovuto al rinnovo dei documenti di soggiorno, alle difficoltà di adattarsi ad un luogo diverso da quello in cui sono nata e sono stata preparata alla vita da adulta, alle enormi differenze tra la vita torinese e quella tironsa e agli ovvi problemi linguistici, credo che l’esperienza all’estero sia un tesoro prezioso e a portata di mano: qualcosa da provare, anche solo per poi tornare indietro con delle storie da raccontare.

Partiamo, viaggiamo, non con il peso sul cuore di chi deve farlo perché non ha opportunità nel suo paese, ma con la leggerezza di chi sa che c’è tanto da scoprire, sia del mondo fuori che di quello dentro.

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