Work Culture:considerazioni sparse

Ogni tanto riemergo dalla contemplazione delle mie piante, apro un occhio, clicco su un video che non tratta di morti ammazzati e parto con l’ennesimo flusso di coscienza sul lavoro dipendente corporate, quello che ho salutato senza rimpianto alcuno e senza il quale, almeno per il momento, sto ‘na favola.

Stamattina mi sono imbattuta nell’analisi di una youtuber americana del workaholism, ossia l’essere dipendenti – non solo in senso contrattuale – dal lavoro.

Quando ero bambina, nella mia cultura familiare c’era l’associazione tra duro lavoro e mobilità sociale delle generazioni successive: nel contesto degli operai emigrati al Nord, l’idea era “padre operaio, figlio geometra, nipote ingegnere”. Tutto molto bello e, per l’epoca, anche vero: mio nonno aveva la licenza elementare, mia madre ha il diploma, io la laurea. Gli scalini sono stati saliti nel modo giusto.

Peccato che.

Peccato che oggi, anche adattando lo stipendio albanese ad un corrispettivo italiano, quando lavoravo da dipendente guadagnavo meno di mia madre. Non solo: avendo iniziato a lavorare in regola più tardi, mi aspetto di arrivare alla pensione intorno ai centoquindici anni.

Al netto di questa realtà che non è ancora vera qui in Albania, ma lo è in Italia, a noi trentenni o poco più vengono richiesti un impegno ed uno sforzo tali da far pensare che le aziende in cui lavoriamo siano nostre.

Essere un workaholic, una persona per la quale il lavoro viene prima di ogni cosa, è diventata una specie di medaglia al merito – peccato che sia una medaglia di latta.

Un esempio su tutti è l’utilizzo dei propri dispositivi di comunicazione per questioni professionali. Non solo viene richiesto di essere reperibili 24/7 senza le indennità di reperibilità, ma gli smartphone (e i minuti di chiamate) che si utilizzano per esserlo sono quelli personali del dipendente, non quelli pagati dall’azienda.

C’è poi la hustle culture, ossia l’abitudine ormai diffusissima di sottolineare costantemente quanto, e quanto duramente, si stia lavorando. Essere circondati da hustlers crea ansia da prestazione, paura di apparire come dei fannulloni o di dare l’idea che la propria vita personale sia più importante dell’azienda di qualcun’altro (che, detto tra noi, è un approccio assolutamente sano).

Il problema della hustle culture, o meglio uno dei problemi, è che si crea la percezione che chi più lavora, più salirà nella gerarchia aziendale. A prescindere dal risultato, perché c’è chi in un’ora produce quanto un altro fa in un’intera giornata di lavoro.

Non solo: la mobilità, ossia la possibilità di salire i gradini della gerarchia aziendale di cui sopra, al giorno d’oggi è poco più di una favola per bambini. Quanti millennials riescono a salire di livello? O meglio, quanti millennials effettivamente competenti riescono a farlo? La realtà, almeno da questa parte del mare, non è confortante.

Alcuni anni fa mi fu offerta una promozione. Una proposta che arrivò dopo che una catena di piccoli errori, inanellati da me e da altri, crearono problema di media portata per l’azienda. Un collega, una persona con cui collaboravo quotidianamente, si infuriò al punto tale di cercare di screditarmi davanti a qualsiasi altro dipendente, dal vicino di scrivania alla signora delle pulizie.

Tempo dopo e prese direzioni professionali diverse, ammise candidamente che il problema era che, nonostante lui stesse in ufficio più a lungo di me, ero io ad aver ottenuto la promozione.

Non entrò nel merito della quantità o della qualità del lavoro che effettivamente veniva svolto, ma solo della questione tempo – in altri termini, dell’abnegazione all’azienda.

Il mio problema, nel contesto in cui un mio pari mi sputtanava con i colleghi e con i superiori, era che con questa persona io uscivo a pranzo, a bere birra la sera, facevo le pause caffè in ufficio. Non mi permetto di dare per scontato che la gentilezza mostratami fosse solo un modo di essere cortese e professionale, o peggio di ‘tenermi d’occhio’, ma l’istinto all’annichilimento dell’avversario – detto tra noi, per uno stipendio ridicolo se paragonato alle responsabilità – era qualcosa che non avevo mai incontrato in una persona tanto giovane.

Morale? Ci hanno convinti di dover essere grati di aver ottenuto un lavoro, di non credere che ciò che abbiamo sia un risultato delle nostre capacità personali e professionali, che la loro azienda è la nostra vita. Ci portano a competere con persone che magari ci stanno anche simpatiche, ma alle quali guardiamo con sospetto, prendendo loro le misure, chiedendoci in cosa potrebbero essere migliori di noi.

Ho lasciato il settore privato ormai da un paio d’anni e, quando mi capita di averci a che fare, ciò che vedo non mi piace affatto. Non me la prendo con i dirigenti, ché la hustle culture e la paura certamente aiutano nella gestione delle risorse umane, ma mi dispiaccio per noi: ci siamo fatti fregare alla grande, e invece di darci una mano ci facciamo la guerra.

Il motto divide et impera è ancora forte e chiaro, ma io preferisco di gran lunga il più recente We are the 99%.

4 pensieri su “Work Culture:considerazioni sparse

  1. Isa ha detto:

    Non hai idea di quanto mi dia il voltastomaco leggere su LinkedIn messaggi di finta casuale auto-lode del proprio stakanovismo e di come l’impegno ha premiato il risultato o come tizio/caio considera la sua azienda come la famiglia in cui è cresciuto ecc. Oggi mi è comparso il messaggio di una tipa (che non conosco), dove si vedeva lei di spalle che cammina in un corridoio d’albergo con un trolley e il solito messaggio del cazzo di come si sentisse fortunata a fare il lavoro che le piace anche se richiede sacrifici (!). A parte che se pubblichi una foto in cui sei in corridoio in albergo mi chiedo cosa hai detto alla persona che te l’ha scattata (“fammi una foto di me che viaggio per lavoro per LinkedIn”?) e quanti scatti ci sono voluti perché trovasse uno che le piacesse (grande perdita di tempo). La tipa esordiva il messaggio con “Ci sono giorni in cui si parte per andare *a lavoro*…”. Poi sotto leggi che fa l’interprete (!!!) è stata sfanculata da un sacco di persone, e per la legge per pirla qualunque c’è pure chi l’ha difesa (!!!!). Ho chiuso il browser, spento il computer e mandato a fanculo il mondo. Almeno fino a lunedì.

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  2. AnnaGiuliaB ha detto:

    Ecco, quello è un altro grande problema secondo me: il “fake it til you make it” (tipico, a quanto pare, del network marketing).
    Non sapevo però che anche LinkedIn fosse diventato una specie di Instagram; io non lo uso e questa evoluzione – o involuzione – mi mancava.

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    • AnnaGiuliaB ha detto:

      Ho appena letto la tua posta del cuore; la situazione di Angie è un incubo che spero di essermi lasciata alle spalle forever and ever.
      Ma andiamo tutti a piantar patate e scrivere short stories nelle campagne irlandesi, ma che ci stiamo a fare.

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