Non si può piacere a tutti

C’è qualcosa, mentre sorseggio tè verde e cerco di smaltire il carico di lavoro che ho accumulato negli ultimi due mesi, che mi provoca una sensazione simile all’acidità di stomaco.

So bene che deriva dalla necessità di compiere un gesto che mi renderà spiacevole agli occhi di qualcuno che a malapena conosco, ma che sento inspiegabilmente la necessità di compiacere.

Fosse un caso isolato, non mi farei grandi problemi. La questione è che ho sempre il bisogno di piacere e compiacere tutti: dalle persone più vicine a quelle che incontro sporadicamente, l’idea che voglio lasciare di me è quella di una persona gentile, accomodante, disponibile.

Tre aggettivi che sovente si traducono in ingenua, sprovveduta e un po’ scema.

Uno dei molti problemi che derivano da questo atteggiamento è che essere troppo accomodante determina l’accettazione di condizioni che nel migliore dei casi non mi soddisfano, ma nel peggiore mi intralciano, costringendomi a salti mortali carpiati per soddisfare accordi che non avrei dovuto accettare.

Aggiungiamo alla ricetta le oggettive difficoltà che derivano dal confrontarsi quotidianamente con una cultura che non comprendo al 100% e la frittata è fatta.

Bene, tra un sorso e l’altro di tè verde ormai intiepidito ho deciso che quest’anno (sono un’insegnante, per me l’anno inizia a settembre) proverò a comportarmi diversamente. Perché diciamocelo, non si può piacere a tutti e anche se si potesse, quanto me ne dovrebbe importare di piacere a persone che non fanno alcuno sforzo per essere piacevoli ai miei occhi?

Invidio molto chi se ne frega, chi sa dosare empatia e disponibilità verso il prossimo, chi non ammorbidisce i propri bisogni per accomodarli a quelli di semi sconosciuti. Sono convinta che siano persone più serene, equilibrate, prive della nuvoletta nera che spesso mi segue durante le ore di veglia (ma, occasionalmente, anche in quelle di sonno).

A livello teorico so che è importante piacere alle persone importanti, a quelle a cui si vuole bene, ma che anche lì è giusto ci siano alcuni limiti; a livello pratico, sarei in grado di mettermi una copia 1:1 del David di Michelangelo in casa se un vicino a caso mi chiedesse di tenergliela, e anche di dispiacermi di non essere a casa nel momento esatto in cui il vicino dovesse rivolerla indietro.

Internet è pieno di pagine dedicate ai modi migliori per imparare a dire di no, ma tra il leggere online e il fare c’è un mare di mal di pancia.

Per dire, ancora mi chiedo dove Jo March abbia trovato il coraggio di rifiutare la proposta di Laurie senza preoccuparsi di ciò che lui e le loro famiglie avrebbero pensato.

NO.

È un problema solo mio? Deriva forse dal fatto che l’aumento delle interazioni online abbia reso sensibilmente più difficile la gestione della real life? Spesso, soprattutto nelle Instagram stories, ascolto sfoghi di persone che raccontano di situazioni spiacevoli in cui non sono riuscite a dire, o fare, ciò che avrebbero voluto: a che punto potersi sfogare online (e quindi non con un amico o un parente che, giustamente, dopo un po’ risponderebbe “piantala di lagnarti”) ha reso più difficile il confronto con gli altri?

Non so se ci siano delle risposte, ma so che ora io e il mio caro mal di stomaco cercheremo di ristabilire un minimo di ordine*.

*e con ogni probabilità falliremo miseramente.

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