Libri, film e altre storie sugli anni ’80

Giorno ventiqualcosa di quarantena. Il cielo è limpido, il sole splende, i vicini mi coprono tutto il balcone perché non sanno piegare in due le lenzuola matrimoniali prima di stenderle, durante l’ora d’aria per la spesa settimanale ho inveito a voce neanche troppo bassa contro numerosi capannelli di persone.

“La polizia alla porta vi devono mettere”, ché io sono una persona democratica e tollerante degli altrui errori.

Una delle fatiche di questi giorni è cercare di limitare il tempo trascorso davanti agli schermi, anche e soprattutto perché due giorni fa ho avuto un’emicrania tale che mi pareva di avere la festa di un diciottesimo tra gli occhi e le tempie. Ho provato – con moderato successo – a trovare dei podcast interessanti, per poi lanciarmi a braccia aperte su Musica tra le righe di Rai Radio3, in cui diverse voci raccontano un libro attraverso i riferimenti musicali che contiene.

Ne è subito nata una maratona durata un numero quasi imbarazzante di ore, durante la quale ho fatto come gli struzzi quando tirano fuori la testa dalla sabbia e ho “scoperto” che Jonathan Coe, uno degli autori contemporanei che preferisco, ha aggiunto un capitolo alla saga della famiglia Trotter.

Mi sono lanciata verso la vetrinetta-trasformata-in-libreria per agguantare il primo libro di quella saga, La banda dei brocchi (2001), edito da Feltrinelli e un po’ ammaccato causa finestra aperta con temporale nella mia vecchia casa torinese; l’ho sfogliato, ho iniziato a rileggerlo, mi è venuta l’idea per questo post.

Ecco quindi Gli Anni Ottanta in Inghilterra, una lista ben poco esaustiva di suggerimenti di lettura e visione. Lascio stare l’ascolto perché di musica ne capisce più il mio cane di me.

Parto proprio con La banda dei brocchi, perché seppur ambientato negli anni Settanta, si conclude con l’elezione di Margaret Thatcher a fine decennio; se c’è un filo rosso che attraversa tutti gli anni Ottanta in Gran Bretagna, è proprio la Lady di Ferro (o meglio, le sue politiche). Proprio per questo motivo, il romanzo di Coe è un buon establishing shot, un buon punto di partenza per capire alcuni dei cosa, dei come e dei perché degli anni seguenti. Soprattutto perché ci permette di guardare da vicino non solo i gap sociali sempre più profondi, ma anche quelli generazionali, portandoci nelle case di quattro adolescenti (i “brocchi” del titolo), facendoci incontrare i loro genitori, raccontandoci una perdita dell’innocenza che a livello macroscopico coinvolse gran parte della società inglese dell’epoca.

Il secondo suggerimento ha un titolo che è ormai da quasi vent’anni un cult, soprattutto nella sua versione cinematografica: Trainspotting di Irvine Welsh. L’urlo di rabbia, di dolore e di delusione di una generazione persa e apparentemente irredimibile, nella sua versione letteraria è un insieme di racconti colmi di personaggi irriverenti, di eventi assurdi, che però non hanno l’allure pop e scanzonata del film di Danny Boyle. Infatti, spesso le storie narrate e i loro protagonisti sono una sorta di inferno dantesco in terra; Welsh, come poi farà sempre, gioca a repellere il lettore e ci riesce molto bene (chi ha letto il libro certo ricorda il capitolo in cui Mark Renton va a trovare Johnny Swan dopo che a quest’ultimo è stata amputata una gamba). Il testo è colmo di riferimenti musicali, da Iggy Pop a Bowie a Zappa, e in alcuni casi l’autore prende in prestito interi titoli di canzone (C’è una luce che non si spegne mai, o meglio There Is A Light That Never Goes Out degli Smiths, è il titolo di uno dei capitoli).

Su una nota un po’ più leggera, c’è una commedia del 1996 poco conosciuta ma che sa raccontare molto bene gli anni in cui è ambientata: Brassed Off di Mark Herman (in italiano, Grazie Signora Thatcher!) si svolge in una città mineraria dello Yorkshire, dieci anni dopo il fallimento dei grandi scioperi contro la chiusura delle miniere (1984/85). Mentre i minatori si trovano a decidere se accettare una sostanziosa buonuscita e quindi accettare i licenziamenti, la banda di ottoni del circolo operaio sembra destinata a sciogliersi. È un film semplice, un modo divertente e un po’ agrodolce per trascorrere un paio d’ore in compagnia di due giganti della recitazione come Pete Postlethwaithe ed Ewan McGregor.

Sul medesimo filone, quello delle lotte tra minatori e governo, c’è ovviamente il ben più noto Billy Elliot, mentre il bellissimo This Is England di Shane Meadows è un viaggio duro dall’infanzia all’età adulta nel periodo immediatamente successivo alla guerra delle Falklands, mentre il National Front si fa sempre più forte e il movimento skinhead, tradizionalmente non razzista e vicino alla cultura e alle sonorità degli immigrati giamaicani, si spacca, prendendo in parte la deriva nazi per cui è ancora oggi noto.

A proposito di movimento skinhead, se qualcuno fosse interessato ad approfondirne i topos suggerisco l’omonima opera di Riccardo Pedrini, una delle penne dietro lo pseudonimo Wu Ming, che nel suo saggio pubblicato da NdA ripercorre la storia di uno dei movimenti giovanili più vitali, noti e fraintesi del secolo scorso. Anche in questo libro la componente musicale è molto presente, ché dove vanno le sottoculture giovanili senza delle adeguate colonne sonore?

Chiudo con un ultimo suggerimento, che poi magari riprenderò in seguito: le politiche thatcheriane ebbero ovviamente un forte impatto anche nelle altre parti del Regno Unito, in particolare nell’Irlanda del Nord devastata dalla guerra civile. Un film che narra bene le implicazioni di tali politiche è Some Mother’s Son di Terry George (1996), la storia di due madri che si trovano a fare i conti con i loro figli incarcerati che decidono di unirsi a Bobby Sands nello sciopero della fame. La politica del governo inglese fu in quel caso a dir poco esplosiva, e dalle conseguenze devastanti.

Ora, so di aver escluso arbitrariamente il biopic con Meryl Streep nel ruolo di Margaret Thatcher, ma si tratta di una banalissima preferenza personale: preferisco le storie “piccole”, quelle in cui a fare la storia sono personaggi comuni, alle biografie più o meno celebrative che di norma mi annoiano terribilmente.

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