Dieci anni, un libro, un film

La meglio gioventù è uno di quei film che devi guardare, e che magari non guardi mai. Anche se sei una studentessa di storia del cinema, perché a te sono sempre piaciuti i film europei ma non quelli italiani.

Poi una sera, durante il tirocinio curricolare all’estero, un collega irlandese ti racconta che la sua docente di italiano, torinese, gliel’ha fatto guardare a lezione e che gli è piaciuto moltissimo. Allora ti chiedi se non sia il caso di investire sei ore e dargli una chance, come quella che Derek Zoolander chiese ed ottenne da suo padre.

Ma il film festival dove fai il tirocinio è sponsorizzato da una nota marca di whiskey e l’intera serata, suggerimenti cinematografici compresi, con l’alba diventano vagamente nebulosi.

Fast forward a quattro anni dopo, quando cazzeggi per Pisa facendo la studentessa fuori sede e durante una visita al supermercato trovi il cofanetto dvd del film di Marco Tullio Giordana a prezzo stracciato. Ti torna in mente il tirocinio, il sapore del whiskey & ginger e il collega che studiava italiano. Così investi parte dei tuoi averi e lo compri.

Ti innamori del film, dei suoi personaggi (e soprattutto di Alessio Boni), ti dici che sono state sei ore spese benissimo. Poi cambi casa, la vita ti porta lontano e te ne dimentichi.

Finché una domenica sera, nervosa e in piena PMS, ti ricordi di averne una copia sottotitolata in inglese e ti viene una strana urgenza di riguardarlo, sdraiata sul divano rosso al secondo piano del palazzo di Tirana ovest.

Finita la visione e versate le lacrime d’ordinanza, ripercorri al contrario i dieci anni trascorsi da quella prima volta in cui pensasti che sarebbe stata una buona idea dare quella chance. Dieci anni di valigie, di treni e aerei, di case provvisorie e di quell’irrequietezza che solo ogni tanto pare quietarsi.

Nel film c’è tanta Torino, c’è tanta storia che hai studiato sui libri e paradossalmente per una pellicola che non volevi neanche guardare, ci sono tanti ricordi.

Ti rendi conto che anche se quell’edizione in cofanetto l’hai lasciata in un appartamento condiviso alla periferia di Pisa, in qualche modo ha fatto molta strada con te. Quasi come l’edizione rovinata, riletta mille volte e sottolineata di quello che forse non è il romanzo migliore mai scritto, ma è il romanzo che infili in borsa ogni volta prima di partire.

L’arte forse imita la vita, di sicuro la accompagna.

Ci sono cose che non cambiano mai.

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Primavera

Che qui si dice pranverë, una parola che mi piace tantissimo perché contiene verë, vino.

Ognuno ha le sue debolezze, ed è comunque un passo avanti rispetto a quando – come mi ha recentemente ricordato un’amica di lunga data – facevo colazione con la vodka.

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Un tetto che pare quello del Million Dollar Hotel di Wenders

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Tramonti color porcellino

 

Sarset e carciofi

Di Proust e del suo tempo perduto ci siamo tutti riempiti la bocca almeno una volta nella vita, perché come l’Ulisse di Joyce è uno di quei capisaldi letterari ormai patrimonio comune ma che ben pochi hanno letto.

Io, per esempio, lo scoprii la prima volta vendendo biscotti bretoni – tra i quali figuravano naturalmente le celeberrime madeleines – all’Isola d’Elba.

Questa inutile premessa è per sottolineare la mia ignoranza e promettere che mai e poi mai nelle prossime righe citerò o farò riferimento all’opera in questione, sebbene l’argomento sia grossomodo quello. Anche se trattato in modo più ruspante, che fossi stata un decimo del buon Marcel non starei qui a scrivere scempiaggini su WordPress.

Ne ho già scritto in abbondanza, delle sottili ma percepibili differenze tra il mio luogo d’origine e quello di adozione. Anche delle modifiche fisiche e psicologiche che cambiare paese comporta (non ultima, il dovermi concentrare per parlare l’italiano senza arrotolare le R), quindi oggi mi dedicherò alle cibarie.

A quelle di cui non posso che provare nostalgia, visto che in questo angolo di mondo sono introvabili.

Come i carciofi, meravigliosi ed eleganti ortaggi dall’odore inconfondibile che avvolge tutti i mercati di Torino in questo periodo dell’anno.

Li ho sempre mangiati senza troppa attenzione, una verdura come un’altra, ed ora li bramo in ogni versione: crudi con succo di limone e scaglie di grana, saltati in padella, infilati malamente in improbabili lasagne verdi e naturalmente fritti, che qui expat o no sempre terroni siamo.

Oppure la sarsèt, parola piemontese che significa valeriana. Mi rendo conto che non sto parlando di cicoria o di rucola, il cui sapore piccantino spicca rispetto alle altre varietà di insalata, ma di un vegetale che non ha nulla di speciale a parte il non dover essere tagliato per diventare insalata, e che con le sue foglie dalle linee morbide e arrotondate è una gioia per lo sguardo.

È strano quello che si brama quando si è lontani da casa. Di altri cibi più complicati o apparentemente raffinati, come la burrata o la focaccina con il sugo e una singola oliva nera di panetteria, riesco a fare tranquillamente a meno.

Per quanto mi riguarda, ma io son campagnola e meridionale, non fiori ma mazzi di carciofi.

Celebrare le cose sbagliate, ambasciata edition

Parliamone un po’, di questo post-colonialismo italiano in terra d’Albania, visto che certe *coff coff* istituzioni ci sono ancora tanto affezionate.

Riassunto brevissimo: l’Italia ha invaso l’Albania due volte nel corso del secolo scorso, la prima volta nel 1915 e la seconda nel 1939; il regime fascista decise di annetterla al regno d’Italia: il 16 aprile Vittorio Emanuele III fece sua la corona che prima era stata solo dell’autoproclamatosi re Zog (re uccello, un nome meraviglioso e affatto esilarante).

Orbene, nonostante i cinegiornali dell’epoca dipingessero la reazione degli albanesi come estatica (qui un bel documentario che ripercorre i rapporti tra i due Paesi), la realtà era un tantino diversa.

Probabilmente il commento del re soldato dopo aver visitato l’Albania (“Mi hanno fatto re di un mucchio di sassi“) non fu d’aiuto.

Quasi settant’anni dopo, l’Albania è una repubblica piena di italiani e Tirana è fornita di una specie di Little Italy: in Rruga Gjion Pali II (Giovanni Paolo II) ci sono la cattedrale cattolica, il palazzone della Coin e l’ambasciata.

Luogo in cui mi sono recata per la prima volta all’inizio della settimana, per la tardiva e probabilmente inutile iscrizione all’AIRE.

Questo è, in breve, quanto mi sono trovata davanti:

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Le sale d’attesa e i corridoi degli uffici per i servizi consolari sono tappezzate di gigantografie di foto risalenti ai gloriosi anni dell’occupazione dell’Albania.

Prima che qualcuno faccia spallucce, la metto in un altro modo: se nell’ambasciata tedesca di Roma ci fossero foto risalenti all’occupazione nazista dell’Italia?

Ecco.

Ora, io la diplomazia non so dove stia di casa e son buzzurra e tamarra, ma per fortuna o purtroppo mi occupo di comunicazione ed eccomi quindi pronta a elargire consigli non richiesti.

Signori, amici, connazionali che avete pensato fosse una grande idea mostrare il legame tra i due Paesi con quei reperti, ma una veduta del boulevard centrale di Tirana non vi piaceva? Era troppo banale?

È stato costruito dai nostri antenati, è bello e colorato, non è abbastanza?

E allora tiriamo fuori le vedute del Golfo di Sorrento e del Colosseo, meglio l’effetto emigrante italiano che canta Cuore matto (cit.) che la celebrazione di come in passato ci siamo puliti il culo con la libertà altrui.

Cordialmente,

una che probabilmente, d’ora in avanti, finirà nei numeri bloccati della linea Viaggiare Sicuri della Farnesina.

P.S. Non ho documentazione fotografica dell’infelice decorazione muraria perché i telefoni sono rimasti rigorosamente all’ingresso. Io so che lo sapevano, che avrei esaurito la scheda SD facendo foto ad ogni angolo.

Domeniche migranti

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Ho un’amica nata poco fuori Tirana, cresciuta in Lombardia e tornata a vivere qui da sola poco dopo il mio arrivo.

Ne ho un’altra nata a Elbasan, 40 minuti ad est di Tirana e patria di quella meraviglia dolciaria che è il ballokume, che dopo oltre un decennio qui nella capitale è volata lontano verso il Canada.

Poi ci sono io, l’emigrante che forse dovrebbe definirsi #expat che ha fatto il colonialismo fascista al contrario ed è venuta a farsi colonizzare dalla cultura albanese.

Sono belle le mie amiche, lo sono da ogni punto di vista. Anche quando sono preoccupate, soprattutto quando ci sediamo in uno dei tantissimi bar e ci raccontiamo storie, ne ricordiamo altre, ci abbracciamo con gli occhi e invece del caffè ordiniamo un Montenegro perché i momenti importanti vanno celebrati.

Anche se si tratta solo di un’uggiosa domenica pomeriggio prima di tornare all’estero, di trascorrere qualche giorno in Italia o di chissà che altro.

Respiriamo il mondo e lo portiamo qui, per scambiarcelo e tenerlo come un tesoro mentre aspettiamo in fila di imbarcarci sul prossimo aereo.

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Get a life. O almeno un blog.

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“Blogging isn’t about publishing as much as you can. It’s about publishing as smart as you can.”  – Jon Morrow

Alcuni anni fa, scrivere un blog era figo. Talmente figo che il dissacrante e meraviglioso Hank Moody all’inizio di quella genialata malamente conclusa di Californication cerca con tutto sé stesso di evitare di curarne uno.

Oggi tenere un blog è diverso. I veri fighi della blogosfera di ieri sono diventati scrittori, o comunque vivono del loro scrivere. Alle brutte, ricevono le polverine Natural Mojo da recensire.

I giovani d’oggi preferiscono gli youtuber e gli influencer, che per chi è vissuto chiuso nel bagno di casa fino a questo momento significa persone pagate dalle aziende per fare l’equivalente internettiano delle televendite, dicendo che è tutto bellissimo e performantissimo e oh mio dio senza l’ultimo fonfotinta di Pupa non credo avrei la forza di uscire di casa.

Proprio stamattina, con un’amica ed ex collega che come me si occupa di comunicazione disquisivamo dei modi in cui codeste rampanti influencer gestiscono le shitstorms che inevitabilmente, promuovendo prodotti a caso come non ci fosse un domani, prima o poi le travolgono.

Diciamo che non lo fanno particolarmente bene. Sarà che hanno saltato a piè pari quel periodo meraviglioso in cui condividere più o meno bene i propri pensieri su internet era al netto di collaborazioni e sponsorizzazioni, un periodo di – formazione? – che forse oggi le aiuterebbe ad essere più professionali nella gestione delle critiche.

I blog stanno evidentemente vivendo una fase discendente, in parte per YouTube e in parte per Instagram, luoghi in cui tutto è letteralmente patinato (devo abbassare la luminosità dello schermo ogni volta che apro un video, quelle che usano più che ringlights paiono visioni mariane on demand), ma a me leggere i blog continua a piacere.

Mi rilassa aprire il lettore di WordPress e leggere concetti interessanti scritti in un italiano di livello decente, mi piace pensare che questa sia rimasta un’enorme e ramificata community in cui la considerazione per il lettore fa sì che non ci sia niente di male ad ammettere una collaborazione quando c’è, o a stroncare un prodotto anche se ricevuto in dono da un’azienda.

Sarà per questo motivo che a ricevere regali e regalini sono quelle che “ma ve l’ho detto al minuto 14 del video che è un contenuto sponsorizzato!“.

Lunga vita ai blog, ai contenuti scritti con cura e all’italiano decoroso, quello che due anni e mezzo all’estero mi stanno facendo dimenticare.

Tutto questo per arrivare a dire che mi sono accorta che la blogosfera italiana è ancora un luogo pieno di angolini interessanti, e che forse sarebbe il caso di dare ai miei preferiti un po’ di spazio tra queste pagine. Work in progress.

Nutrire il lead: how (not) to

Quando, ormai più di tre anni fa, davanti ad un aperitivo sansalvarese la mia gemella del destino mi propose uno stage sotto la sua ala protettrice in un ufficio marketing, mai avrei pensato che quello strano settore dal nome intraducibile sarebbe diventato parte del mio lavoro.

Invece, pur essendo ufficialmente una specie di content manager, il marketing è parte della mia quotidianità professionale.

Che io non sappia neanche contare i miei anni quando faccio gli auguri di compleanno a mio padre è un dettaglio, o forse solo uno strascico della mai curata Sindrome di Peter Pan.

Ma qui non si dorme sugli allori, nossignori, e si studia per cercare di lavorare benino anche nei settori tangenziali al mio. Ecco perché, dopo aver letto articoli su articoli dedicati al lead nurturing e all’inbound marketing, ho compreso il motivo per cui Zalando mi sta facendo da stalker da tempo immemore.

Premessa: durante lo stage di cui sopra, influenzata dallo stile figherrimo della mia vicina di banco decisi di acquistare un paio di stivali bordeaux con tacco largo sul sito in questione, e di farmeli recapitare in azienda. Pur apprezzando il prodotto – lo uso ancora oggi per slanciare questi due bonsai che ho al posto delle gambe – non ho più acquistato nulla sul sito. Mai.Più.Nulla.

Purtroppo Zalando perdona ma non dimentica, e da allora mi invia decine di e-mail personalizzate su stivali, stivaletti e tronchetti in offerta. Nessun problema, tutto finisce diretto nel cestino virtuale, ma loro sanno che stai pigiando giuliva il tasto delete (le maggìe della tecnologia) e allora cosa fanno?

Inviano una cartolina di sconto a casa che apre con un Anna Giulia, ci sei mancata!

Ora, amici di Zalando, anche meno. Che qui non siamo mica gli americani (cit.), con i loro fanciulleschi entusiasmi per i coupon e le loro pazzie per la spesa (semicit.), noi decadenti europei preferiamo qualcosa di un po’ più discreto, un po’ meno mamma sotto casa alle 8 del mattino senza telefonata preventiva.

Ma tutto fa brodo e tutto aiuta, e sono certa che nella stesura delle future campagne e-mail saprò come evitare la denuncia per stalking da parte degli ignari destinatari.

Per la cronaca, gli stivali incriminati sono questi.

Winter is leaving (?)

Non vorrei cantar vittoria troppo presto, soprattutto perché scrivo mentre abbraccio il calorifero cantandogli non son degna di te, ma voglio sbilanciarmi: l’inverno, quaggiù nella capitale albanese, pare essere finito.

13°C, sole che fa strizzare gli occhi durante le pause dal lavoro sul tetto, cappottino grigio leggero che temevo in pasto alle tarme almeno per altri due mesi.

Bello, né? Peccato che il mesetto di freddo che ci siamo appena lasciati alle spalle sia stato un vero inverno, di quelli da prealpi e non certo da placida e soleggiata nazione del basso Adriatico.

Colta di sorpresa e moderatamente spaventata dalle temperature imprevedibilmente basse, durante la mia ultima visita nella capitale sabauda mi sono attrezzata come se stessi per partire in missione con Ernest Shakleton (del quale conosco l’esistenza solo grazie ai gusti musicali di mia madre) e, per la prima volta nella vita, sono stata irresistibilmente attratta dai colori chiari da tamarra di Parella quale, evidentemente, continuo ad essere.

Ché i miei inverni sono stati spesso neri, occasionalmente grigi, allegramente verdi e sporadicamente blu, ma mai chiari.

Ma, complici i sempre rimpianti mercati rionali con i banchi tutto due euro signò* e un’estate non particolarmente oscura, son tornata a casa con cose che voi umani.

Per esempio.

Stivaletti imbottiti di lana sintetica e corredati da nuvole di pelo fortunatamente rimovibili. Comodi come pantofole e sufficientemente da malvestita da decidere non usarli per andare in ufficio.

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Maglione ispirazione pastorizia,  sopra al quale non riesco ad indossare nessuna giacca, elegantemente abbinato ad una delle mie magliette preferite di ieri, oggi e domani. Due euro signò in Corso Racconigi, qualcuno osi sostenere che avrei dovuto lasciarlo lì.

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La copertona (pesante come un’autobotte) a tema è la ciliegina sulla torta, il fatto che io non smetta di lavorare neanche a casa anche.

Il problema è che, presa dal mood bianco Natal pargol divin, ho dato una botta di chiaritudine anche ai capelli.

Quasi tre anni di cure eco-bio andate in fumo così, per un colore fatto molto bene ma che con il mio incarnato – e le mie sopracciglia nero carbone – ha ben poco a che spartire.

Anzi, se qualcuno fosse in possesso di formule magiche per ridare vigore alle chiome decolorate è pregato di condividere il verbo.

Intanto io tiro fuori dall’armadio le scarpe primaverili e le magliette svolazzanti, ma non tutte ché presto avrò di nuovo l’inverno torinese alle calcagna.

*Continuo, anche in virtù di un certo articolo letto di recente, a stare alla larga dal fast fashion e dalla grande distribuzione.

Ti piace Tirana?

Il termine che sento più spesso, quando un italiano descrive Tirana, è contraddizioni. È una semplificazione, forse ormai un luogo comune che mette al riparo dalla possibilità di offendere l’interlocutore albanese che pone la domanda più difficile di tutte, almeno per chi in questa città ci vive senza essere un imprenditore, o più semplicemente un ricco straniero:

Ti piace Tirana?

Non è facile rispondere. Di solito mi trincero dietro un generico – e neanche troppo falso – “se ci abito da due anni e mezzo qualcosa vuol dire”, ma dietro ad una frase che chiude le porte ad ogni approfondimento c’è tanto, c’è un mondo intero.

È un mondo fatto di routine, la stessa che avrei se fossi rimasta a Torino, di piccole gioie quotidiane e di enormi incazzature. Quando una città la vivi senza il comfort a basso prezzo (basso, s’intende, per gli standard italiani) delle corse in taxi a pochi euro, di serate nel glamour europeo di Taiwan, di caffè nei bar trendy del Bllok e di abbonamenti nella palestra dell’Hotel Sheraton, quando diventi un tironso ma non del tutto, la prospettiva ha una quantità infinita di sfaccettature.

Non potrò mai commentare la vita politica di questo Paese sottolineandone le differenze con ciò che accade in Italia, semplicemente perché di differenze ce n’è poche: clientelismo, corruzione, oppressione delle classi meno agiate e favoritismi verso i businessmen più rampanti e privi di scrupoli sono, da questa come dall’altra parte del mare, la norma.

Non potrò mai annuire a chi, con una vena di ironia che è quasi una maschera, afferma che “gli albanesi sono… gli italiani invece…” perché, e qui mi immergo fino ai gomiti nell’ovvietà, non esistono categorie che possano abbracciare un intero popolo.

Ci sono tante similitudini e altrettante differenze, e fa sorridere confrontare le esperienze con chi si trova dall’altra parte dello specchio, con gli albanesi che guardano all’Italia e agli italiani come io guardo all’Albania e agli albanesi; ma senza un approfondimento, sono solo parole.

Ho sentito troppo spesso rampanti connazionali offendere questo Paese per quelle contraddizioni che esistono in ogni angolo del mondo, come mi sono spesso morsa la lingua – che noi torinesi, si sa, siam falsi e cortesi – quando persone piu’ o meno vicine hanno insinuato che fosse la mia nazionalità, e non le capacità, ad avermi fatto ottenere un’assunzione.

Tirana non è una città facile, e dipingerla alla stregua di una capitale europea è una mistificazione. Questo è un caotico e per molti versi bello e piacevole agglomerato di case antiche e inguardabili grattacieli, di boutique di lusso e di anziane che vendono, sindaco e polizia municipale permettendo, i prodotti dei loro orti sui marciapiede.

Di cani randagi che si nutrono di avanzi grazie a quella parte della comunità rom che sopravvive raccogliendo la plastica dai cassonetti, anche qui polizia municipale permettendo.

Ma è anche la città in cui cammino da sola la sera senza aver paura, in cui il respiro internazionale non è terminologia vuota ma una realtà quotidiana fatta di tutte le persone che hanno vissuto all’estero, ci hanno studiato, hanno viaggiato nonostante le difficoltà nell’ottenere i visti.

Sono le persone con cui posso andare oltre le frasi fatte, con cui non devo preoccuparmi che una critica venga percepita come un’offesa verso l’Albania e l’albanesità a 360°; sono quelle che troppo spesso cercano e trovano opportunità all’estero, perché la cultura dell’emigrazione rende una scelta del genere una possibilità concreta per la maggior parte di loro.

Sono quelli che, se scelgono l’Italia come meta, mi fanno avvertire una sorta di ansia da prestazione: spero che il Paese da cui vengo li tratti con gentilezza, gli permetta di vivere esperienze positive, li faccia sentire a casa e percepisca il loro essere stranieri come una ricchezza, non una mancanza o qualcosa di cui vergognarsi.

Spero anche che al loro ritorno portino con sé tanti nuovi spunti di riflessione, e che mi aiutino a guardare l’Italia da prospettive differenti, quelle prospettive che chi nasce e cresce in un luogo spesso non vede.

Ma la speranza più grande è che tornino per cambiare questo Paese strano, difficile, contraddittorio ma profondamente affascinante.

Un inverno molto social

A Tirana è scesa la neve come non capitava, o almeno così mi han detto, da vent’anni.

In una qualsiasi serata di gennaio, d’improvviso le strade si sono riempite di persone di tutte le età che ridevano, chiacchieravano, facevano pupazzi di neve.

Qualcuno, per celebrare l’evento in modo adeguato, ha tirato fuori dagli armadi i botti rimasti da Capodanno.

I “miei” randagi, uno in particolare, non capendo cosa stesse succedendo hanno abbaiato a caso a quella strana roba bianca che era in cielo, per terra, dappertutto. È stato molto carino, sembravano dei vecchietti brontoloni che si lamentano della perdita dei valori.

Tutto bellissimo, se il mio nuovo ufficio non si trovasse in un luogo situato in pendenza rispetto al livello della strada. Le uniche vie d’accesso – o perlomeno le uniche che io conosco – sono una scala in marmo sui cui gradini è difficile non scivolare già senza intemperie e una rampa.

Ora, questa è una città dove non nevica e se neanche a Torino gli spargisale vengono utilizzati in modo adeguato figuriamoci qui, ma un paio di baldi omoni si sono occupati di ricoprire di sale grosso una fetta della gradinata. Non abbastanza da evitare picchi di adrenalina a seguito di inizi di cadute, ma insomma in una decina di minuti sono riuscita a raggiungere il cortile davanti all’ingresso.

Che era comunque una lastra di ghiaccio, ma insomma sono giunta a destinazione, solo un po’ più sudata del normale.

Già in serata gli inquietanti pupazzi di neve con i capelli fatti di bastoncini che neanche Eraserhead erano ormai un ricordo, ma è stato un piacevole fuori programma che ha da un lato allietato molti tironsi, spingendoli a scattare e pubblicare sui social decine di foto candide, e dall’altro risvegliato il Grinch che c’è in alcuni di noi e che ora tutti a pubblicare foto sulla neve, quanta fantasia.

Io faccio parte del primo gruppo, ché se volevo essere originale continuavo a scrivere sceneggiature bislacche, mica diventavo una socialmediacosa.

Alcune foto carine (non mie) che immortalano il lieto evento.