Autumn in Tirana, Autumn in Torino

Ci sono giorni in cui le mie sinapsi paiono funzionare correttamente anche al di fuori dell’orario d’ufficio – orario estendibile tra le 9 e le 1.500 ore giornaliere, lucky me – e in tali giorni elaboro sentimenti nostalgici assolutamente casuali.

Vedo una foto su Facebook e mi mancano gli all you can eat di sushi. E dire che non è neanche una foto che rappresenta sushi, o pesce, o cibo, o richiami al Giappone.

Mangio insalata e mi mancano le scorribande al ristorante cinese dove un gruppo di amici alcuni mesi fa celebrò la mia emigrazione.

Piscio il cane e penso a quante sciarpe stupende sono lì, sui banchi del mercato di Corso Palestro, ad aspettare che le mie mani amorevoli se ne impossessino in cambio di pochi Euro.

Per non parlare dello slalom, sempre in Corso Palestro, per evitare che i giganteschi ricci di ippocastano sopraggiungano a causare commozioni cerebrali.

Per non parlare dell’ingiustificabile assenza dei Mini Mais nella grande distribuzione, a mio avviso una mancanza da incidente diplomatico.

Nostalgia e autunno sono parole sorelle, lo sa bene il grafico che ha composto la locandina di Autumn in New York, il film più stracciamaroni della storia ma c’è Wynona, c’è New York e ci sono le dorate foglie autunnali, quindi gli si perdona tutto.

Un paio di anni fa mi trovai a scrivere della concezione della nostalgia nell’opera di Tarkovskji, e mai avrei pensato che il sentire russo fosse così vicino a quello di una sabauda con geni terroni. Infatti,

Infatti, e qui mi quoto,

Emigrati ed esiliati della dittatura sovietica non si riconobbero nell’accezione che, oltrepassando il concetto di casa come luogo di origine verso cui i sentimenti nostalgici sono protesi, colloca la nostalgia in un più ampio sentimento di perdita della fede, del senso stesso dell’esistenza umana.

Ok, sto drammatizzando. Non è che ho perso il senso dell’esistenza umana, più che altro a mancarmi è il senso della maggior parte della giornata, se si considera che non ho neanche il tempo di andare a cercare una stramaledetta sciarpa, anche se la mia situazione non è così tragica come quella del buon Andrei, per il quale (e qui mi quoto di nuovo – che sborona)

la catarsi del ricordo viene associata all’inserimento del soggetto in una nuova situazione geografica e culturale, in cui la realtà da cui si proviene e quella in cui ci si trova sono destinate a scontrarsi, o meglio a non incontrarsi affatto.

Le mie due realtà si sono incontrate e comunicano gioiosamente a botte di parmigiano, taralli e giandujotti, ma un pranzo ignorante a base di sushi di infima qualità, possibilmente dopo una scorribanda per i mercati del centro, certo non mi dispiacerebbe.

Un saluto da Andrei, dal suo cane e dalla dacia russa in mezzo a una navata

Post scriptum: sì, lo so che avrei potuto citare il buon cantautore pugliese che tutti amiamo invece che un defunto regista sovietico, ma al contrario di quanto scritto alcune ore fa, ogni tanto ancora mi piace celebrare un certo snobismo culturale.

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