Recensione: Assassinio sull’Orient Express

Metti che una sera vagavo per Tirana, godendomi questa nuova tradizione di mattine piovose e pomeriggi assolati, aggiungi che qui i film li sottotitolano e quindi come farsi scappare una luculliana occasione di avvolgermi nell’aura snob del fastidio per il doppiaggio, chiudi con la presenza in sala di un film britannico ed ecco svelato come sono finita in una piccola sala a guardare Assassinio sull’Orient Express.

Ora, da persona che ha passato piu’ tempo a seguire lezioni di storia del cinema che tra le mura di casa dovrei ricordare le decine di successi da attore e da regista del bravissimo e camaleontico Kenneth Branagh, ma mi svestirò di ogni velleità intellettuale per ricordare quel capolavoro surrealista che era Kenneth B Kenneth B, uno show di Mtv che avrebbe meritato Emmy Awards a profusione e che invece è stato ingiustamente dimenticato.

Tornando al film, credo che anche i muri di casa mia sappiano che Murder On The Orient Express è un romanzo di Agatha Christie, uno dei piu’ noti con protagonista l’amatissimo investigatore belga Hercule Poirot. Io non l’ho mai letto, tanto ammaliata in infanzia da Dieci Piccoli Indiani da decidere che i gialli classici sono piu’ belli senza detective, quindi non conoscevo la soluzione del mistero e insomma, farsi rapire dalla magia del cinema con occhi fanciulleschi è sempre molto bello.

Non farò spoiler, nel caso ci sia un altro sciagurato nel mondo italofono che come me non conosce la storia, mi limiterò a brevi (si spera) considerazioni su alcuni aspetti del film.

La storia.

Ma dico io, che le puoi dire alla regina del giallo? La storia è intrigante, avvincente e tiene incollati allo schermo. Sarà grazie all’ambientazione, ossia i vagoni di un treno che da Istanbul risale verso Calais, magari alle peculiarità dei personaggi (e alle ottime performance di alcuni degli attori), sarà che hanno imbruttito Johnny Depp quindi non è che una si perde a fissarlo o forse che la moltitudine di accenti e i sottotitoli in albanese mi hanno fatto perdere qualche passaggio, sta di fatto che la storia è bella e il film merita anche solo per quello: rivedere sul grande schermo un bel giallo.

I personaggi e gli attori.

C’è Johnny Depp che somiglia vagamente ad una versione piu’ sfigatella ed imbolsita di Johnny Depp in Nemico Pubblico.

C’è Kenneth Branagh con due baffi ipnotici che interpreta un belga che parla inglese, lasciandomi sovente persa tra una R arrotolata ed un sottotitolo troppo lungo per il mio imbarazzante livello di comprensione dell’albanese scritto.

C’è Judy Dench, bella e maestosa come non mai nel suo ruolo di nobile russa con dama e cagnolini al seguito.

C’è Michele Pfeiffer, che regala un’interpretazione davvero convincente e in alcuni punti commovente.

Penelope Cruz non la consideriamo, che pare un po’ un incrocio tra uno schiattamuorto e la crocerossina di Gioco di donna.

Poi ci sono Willem Defoe e un sacco di altri attori, un po’ secondari sullo schermo ma comunque generalmente bravi e credibili nelle loro parti.

Il cast è a mio parere ben assortito, funziona bene e vale la pena di vedere il film anche solo per la Pfeiffer, la Dench e naturalmente Branagh.

La resa sullo schermo.

Tralasciando le scene all’interno del treno, che lì che gli vuoi dire a Kenneth, uno che fa teatro da quando ha imparato a parlare sa gestire gli spazi chiusi come pochi altri, le sequenze dall’alto del treno in corsa e di Istanbul sono molto belle e meritano di essere godute sul grande schermo.

L’ambientazione ottocentesca, i costumi, i modi dei personaggi sono resi molto bene e sono un tocco di piacevole quiete se come me si vive in una realtà caotica ed estremamente rumorosa.

La morale della storia.

Il film inizia mettendo sul piatto le convinzioni profonde del protagonista, “c’è ciò che è giusto e ciò che è sbagliato, in mezzo non c’è niente”, ma finisce con una presa di coscienza: in mezzo c’è invece molto.

Nella piu’ classica delle strutture in tre atti, c’è quindi l’eroe che subisce un cambiamento profondo nel suo modo di vedere il mondo e tale cambiamento è reso in modo impeccabile.

È un film che secondo me merita i 500 leke che ho speso, ma non sapendo quanto costi il cinema in Italia di questi tempi non mi pronuncio sulla validità di questo assunto dall’altra parte dell’Adriatico.

Ci sono inoltre un paio di riferimenti alla mia città che non potevano non far guadagnare alle pellicola un posticino su questo blog.

Il film uscirà nelle sale italiane il 6 dicembre.

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TIFF 2017: una domenica pomeriggio al cinema

Pur avendo provvisoriamente chiuso in un forziere sepolto in fondo all’oceano e protetto da una maledizione assira le velleità artistiche in campo cinematografico, ogni tanto mi alzo dal divano rosso e aggiungo qualche particella di cultura al mio ormai inutile cervello.

Domenica pomeriggio, complici una giornata autunnale deliziosa e un’improvvisa voglia di uscire di casa, mi sono trascinata fino al cinema Agimi per guardare una selezione di cortometraggi in lingua albanese nell’ambito del Tirana Film Festival.

Rispetto all’anno in cui partecipai come volontaria al suddetto festival, accompagnando gli ospiti in giro per la città pur essendo appena alla mia seconda visita nella capitale albanese, la venue principale non è più il Kinema Millennium: quest’anno le proiezioni sono divise tra il Teatri i Kukullave, l’Arkivi Qendror Shtetetor i Filmit e, appunto, il Kinema Agimi. Inoltre l’ingresso è a pagamento, ma i biglietti hanno un prezzo estremamente democratico.

I sette cortometraggi presentati domenica pomeriggio erano:

Water for the Roses di Luli Bitri

The Eagles di Sokol Reka

The Junction di Xhelal Haliti

The Runner di Kushtrim Asllani

The Old House di Genti Kame

Home di More Raca

Tirana 100 km di Lorin Terezi.

A parte uno, ho trovato tutti i film godibili ed alcuni davvero ben fatti.

Water for the Roses è di una delicatezza incredibile nel mostrare un momento tragico della storia recente albanese (la guerra civile del 1997) attraverso gli occhi di una bambina,

The Eagles è un gangster movie ambientato in Francia, niente di trascendentale e un po’ troppo stereotipato nella rappresentazione dei personaggi e delle dinamiche,

The Junction si concentra sugli stereotipi religiosi e sui linguaggi universali attraverso un approccio comico,

The Runner è una sorta di sinfonia per immagini in bianco e nero che dura appena tre minuti ma riesce a trasportare in un mondo altro,

The Old House è una commedia horror davvero molto godibile che ha causato diversi momenti di ilarità in sala e che ha come protagonisti due giovani trekker stranieri che si perdono tra le montagne albanesi,

Home è un’intensa riflessione sul ruolo della donna nella famiglia tradizionale e sul desiderio di slegarsi dagli obblighi ancestrali di una ragazza kosovara,

Tirana 100 km è una botta allo stomaco (termine assolutamente tecnico) che segue le vicende di una giovane donna il cui ricco compagno viene improvvisamente a mancare, lasciandola senza fonti di sostentamento e davanti a un bivio.

Insomma,  è stata un’esperienza cinematografica molto positiva per la quale avrei volentieri investito anche più di 100 leke.

Il festival si concluderà sabato 11 e il programma giornaliero è consultabile a questo link.

 

 

 

 

Trasferirsi a Tirana: trovare casa

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Alcuni mesi fa venni contattata da una ragazza italiana che, insieme al fidanzato, stava pensando di trasferirsi da questa parte del mare. Le domande che mi pose riguardo le condizioni di vita di una città come Tirana in parte mi stupirono, perché mi resi conto che al di là dei video promozionali (spesso dedicati al turismo) non ci sono informazioni precise sulla vita quotidiana nella capitale albanese.

Dopo tutti questi anni trascorsi sul divano rosso (o sulla new entry, la sedia da ufficio arancione) e tra le strade di questa città, forse può essere utile stilare una lista breve e precisa (logorrea permettendo) divisa per argomenti.

Questo è il primo capitolo, che ho deciso di dedicare ad una delle necessità primarie della vita in qualsiasi parte del mondo, esclusi forse i paradisi tropicali in cui ci si può costruire una capanna sulla spiaggia con le foglie dei banani: dove vivere e come trovare casa.

Comincio quindi dai fondamentali: dove rivolgersi per trovare un luogo in cui abitare.

  • Le agenzie. Ce ne sono tantissime, molte hanno come target gli stranieri e solitamente propongono gli appartamenti migliori. Se si sceglie questa soluzione è importante partire dal presupposto che, esattamente come in Italia, caparra e commissione saranno spese da sostenere. Il silver lining è che non si dovrà discutere per ottenere un contratto regolare (ci tornerò tra poco).
  • Internet. Per chi non ha una conoscenza base della lingua può essere complicato, perché gli annunci sono quasi sempre solo in albanese. Gazeta Celesi è un portale molto utile e relativamente intuitivo, con un paio di accorgimenti e Google Translate si può riuscire a restringere la ricerca a quello che si cerca. (C’è anche in versione cartacea a pubblicazione bisettimanale, ma nel momento stesso in cui viene pubblicata la maggior parte degli annunci, già pubblicati online, sono inevitabilmente obsoleti.)

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Una volta cliccato su “Prona te patundshme” si possono indicare le specifiche per la ricerca:

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Nel menu a tendina sulla sinistra si può selezionare il tipo di sistemazione che si sta cercando. Con “garsoniere” si intende un monolocale, le altre categorie sono abbastanza intuitive.

Una volta che il portale restituisce i risultati, è importante capire quali zone si preferiscono e quali invece si vorrebbero evitare. Ovviamente la regola del “se costa troppo poco forse non è una buona idea” è validissima.

In generale, non è necessario cercare un appartamento vicinissimo alla sede di lavoro: Tirana non è una città grandissima e in linea di massima ben collegata con i mezzi pubblici.

Dall’altra parte sconsiglierei i quartieri troppo periferici, soprattutto quelli verso Durazzo: Astir, Lapraka e limitrofi non sono zone che consiglierei a chi è all’inizio dell’esperienza tironsa.

Credo sia bene valutare con attenzione, in linea di massima, soluzioni che si affacciano sulle arterie stradali principali o al primo piano dei palazzi: dire che le strade di questa città sono caotiche è un eufemismo, tra i locali aperti fino a tarda notte ed il traffico potrebbe diventare abbastanza snervante cercare di fare cose come non so, guardare un film, parlare al telefono o dormire.

Ora, non è detto che i proprietari delle case in affitto parlino italiano o inglese. L’aiuto di qualcuno che parli la lingua è consigliato, io stessa credo ne avrei bisogno.

Un altro aspetto da tenere a mente è che molti appartamenti, soprattutto quelli che hanno prezzi medi e non indicati in euro, saranno delle enormi delusioni: armarsi di pazienza ed osservare adeguatamente tutti i dettagli strutturali e di mobilio prima di accettare è sempre una buona idea.

  • Gli annunci davanti ai palazzi. Ce ne sono davvero tantissimi ed offrono il vantaggio di vedere (anche se solo dall’esterno) l’edificio prima di fissare un appuntamento con i proprietari. Anche qui vale lo stesso discorso degli annunci online: l’aiuto di un madrelingua è consigliato.

Ora, parliamo di burocrazia e contratti.

Per ottenere un permesso di soggiorno per motivi di lavoro è fondamentale avere un contratto di affitto o una dichiarazione di ospitalità da parte di un proprietario di casa.

Peccato che nella maggior parte dei casi i locatori non siano particolarmente inclini all’idea di fare le cose legalmente: l’idea di pagare il 15% allo Stato non gli sorride affatto, quindi può darsi che propongano come compromesso che l’affitto venga alzato di quella percentuale.

Ogni volta che mi è stata proposta questa soluzione, nella mia mente si sono affacciati il ragionier Fantozzi ed il suo leitmotiv.

 

Il lato positivo, se ce n’è uno, è che generalmente basta un mese di preavviso per lasciare una casa. Si avverte il proprietario, eventualmente ci si mette d’accordo per permettergli di far visitare gli spazi a potenziali nuovi affittuari e a fine mese amici come prima.

Esclusa la rete internet, solitamente le utenze sono a nome dei proprietari: basta recarsi in posta o in uno dei centri autorizzati con le bollette di acqua e luce (anche vecchie vanno bene, visto che quelle correnti tendono ad arrivare in momenti imprecisati del mese) e farsi mettere il timbro sull’apposito libretto.

Ma la gestione della quotidianità domestica sarà argomento di un post successivo. Per il momento resto a disposizione di chiunque volesse chiedermi chiarimenti, informazioni specifiche o consigli. Tanto sono in ferie.

 

My lovely bunker

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Rifugio: è una parola che qui significa “un piccolo posto sicuro in un mondo inquietante”. Come un’oasi, in un grande deserto. O un isola, in un mare in tempesta.

Lemony Snicket

Alcuni giorni fa ho incontrato una persona a me molto cara, una docente universitaria con cui ho collaborato in passato, la quale mi ha parlato di alcuni studi relativi a – parole mie – il modo in cui le esperienze emotive, soprattutto quelle dell’infanzia e del rapporto con i genitori, possano influire sul funzionamento del cervello.

Siamo entrambe straniere nella terra delle aquile, una terra estremamente complicata che in qualche modo è diventata per entrambe un posto sicuro, un safe place; non era stupita (io un po’ lo ero) nel riconoscersi in alcune dinamiche del mio passato.

Non mi ero mai resa conto che Tirana avesse assunto un tale ruolo nella mia vita. Non è stata la prima volta in cui ho stipato la valigia arancione di roba per poi caricarla a fatica su un treno o un aereo, ma mai mi era successo di sentire la destinazione come un posto familiare, sicuro.

Nella mia sconfinata ignoranza, credo che dopo molti anni trascorsi in una città relativamente calma ed ordinata ed in una casa estremamente caotica dal punto di vista emotivo avessi bisogno del contrario: una luogo calmo racchiuso tra poche mura (possibilmente verdi, anche l’occhio vuole la sua parte) e circondato dal caos.

Non credevo di essere in fuga né quando sono arrivata né negli anni successivi, ma quando un’altra persona a cui voglio molto bene ha suggerito che ad un certo punto dovrò smettere di scappare ho realizzato che lasciare Torino è stato anche questo: una fuga. Assolutamente necessaria, ma comunque una fuga.

Capirlo mi ha permesso di mettere a fuoco molti dettagli che prima mi sfuggivano, forse anche ad accettare che questa città sia ancora meno facile di quanto mi sembrasse. Ogni volta che leggo definizioni come the hidden gem of the Balkans vengo colta dall’impulso di commentare con foto di quei quartieri che non sono solo fast fun per turisti (ossia tutti a parte il centro ed il Bllok) e la sento come una cosa sana, adatta ad una persona che vive in questa città da tre anni e un po’.

Questo paese è famoso (anche) per le centinaia di migliaia di bunker che lo ricoprono. Forse per me è anche questo: un grossomodo confortevole, moderatamente rilassante bunker. Un rifugio.

 

Burnout & cinema horror

Sarà che non sono immune al marketing ed ultimamente tutti parlano di IT, sarà che il cinema horror tende a riacquistare il proscenio nei momenti in cui la realtà quotidiana è particolarmente preoccupante e quasi impossibile da normalizzare, sta di fatto che nelle ultime settimane ho mangiato verdure bollite e horror.

Negli ultimi mesi sono stata sull’orlo del burn-out in così tante occasioni che avrei dovuto assumere un elettricista personale.

Sarà per questi motivi che ultimamente ho sviluppato un interesse morboso per le cose di paura? Applicando alla vita quotidiana le teorie che imparai un bel po’ di anni fa, è estremamente probabile che sia così.

La professoressa di storia del cinema italiano che costrinse decine di studenti a guardare l’opera di Dario Argento tracciò un parallelo, appunto, tra cinema horror e i tempi in cui ha il successo maggiore: negli anni ’70, in Italia, i film di Argento, Bava e degli altri maestri del genere servivano un po’ a sublimare le paure e le ansie dovute alla quotidianità ben poco allegra degli anni di piombo.

Allo stesso modo, i primi anni Duemila e la “guerra al terrore” hanno fatto da sfondo ad un revival dell’orrore con una vagonata di remake di film (appunto) degli anni ’70 e questi ultimi anni, caratterizzati da eventi ben poco divertenti dal punto di vista sociale ed economico hanno contribuito ad una nuova ondata di interesse per il genere.

Bella introduzione, né? Lungi da me paragonare le mie microscopiche preoccupazioni ai drammi storico-sociali in corso, nel mio piccolo questo periodo di stress prolungato è stato accompagnato da film, serie tv, musica e libri abbastanza disturbanti.

Proprio oggi, primo di due giorni di agognate ferie, ho pensato di andare al cinema da sola per guardare It (come se non fossi la cagasotto che sono) , proposito miseramente fallito a causa dello sdoppiamento mentale tra Italia e Albania che non mi fa mai ricordare che qui i film escono prima.

Ultimamente le mie serate sono state accompagnate da tazze di tè e da Penny Dreadful, una serie che di sereno e consolatorio ha ben poco; ciononostante, ho dormito come un agnellino senza incubi né risvegli improvvisi nel cuore della notte: se questo non è un esempio di sublimazione andata a buon fine, non saprei come altro chiamarlo.

Le lunghe ore trascorse in ufficio sono invece state allietate da uno dei miei album preferiti di sempre, di quelli che ascolto raramente ma continuo ad amare in modo incondizionato. Parlo di Holy Wood, a mio parere capolavoro del – di nuovo – non troppo rassicurante Marilyn Manson.

Chiude il cerchio la lettura iniziata stamattina in una location assai bucolica, ossia una delle poche strade semi pedonali della città: Ritorno a Peyton Place, che pur non appartenendo al genere ha molto in comune con, per esempio, alcuni lavoro di Stephen King tra cui It. L’ambientazione provinciale e apparentemente normale, la placida vita quotidiana dei personaggi, l’orrore (questa volta non sovrannaturale, ma tant’è) di ciò che si nasconde appena oltre la superficie.

La paura aiuta, soprattutto a placare una mente affaticata o eccessivamente preoccupata, ma chissà che al termine di queste ferie che altro non sono se non un periodo di transizione non mi torni la voglia di guardare bizzarre e surreali serie tv britanniche.

InstaSeasons: l’estate e l’autunno

Era primavera, è autunno. Pure inoltrato, roba da camicie di flanella (come quella che ho indossato oggi), sciarpe delle dimensioni di tovaglie da pic-nic per famiglie di mormoni poligame e doppie calze per girare per casa.

Non sarà l’autunno torinese, ma sebbene più vicini all’Equatore qui siamo circondati da una corona di bellissime montagne che rendono tutto freddo ed umido.

Dicevo, era primavera ed ora è autunno.

Estate non pervenuta, o meglio da dimenticare in attesa del giorno in cui sarò in grado di riderci su.

Facciamo che prima di ricominciare con gli sproloqui, i fatti semiseri della settimana, i racconti tragicomici della mia vita (ben poco) professionale mi riabituo al blog con qualche foto di viaggi, rientri, traslochi, bucoliche domeniche campagnole e vezzi tricologici.

Poi un giorno sfodererò la faccia da culo che non credo di avere e mi darò al content creation di prodotti audiovisivi. Magari con riprese un po’ meno dilettantistiche rispetto ai tentativi precedenti.

Alba albanese #Albania #sunrise🌅 #dawn

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#autumn in da #country

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Le mani d'oro di @suadapicari non deludono mai #hair #haircut #bob #darkhair #hairdresser #hairstagram

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Quest’ultima immagine è tremendamente autoreferenziale e già outdated, visto che una volta iniziato il percorso verso i capelli corti è quasi impossibile fermarsi.

Pensavo che stare lontana dalla mia sorellina pennoira avrebbe aiutato, purtroppo però una delle mie amiche più care si è reinventata parrucchiera e ad ogni invito per il caffè ci sono centimetri di capelli che spariscono.

Malati immaginari e documenti sottovalutati

Sono stata, sono e sempre sarò una che ce n’ha sempre una, che se non sono i crampi mestruali che mi han fatto trascorrere le vacanze di Natale di terza media in ospedale sarà l’appendicite dei 21 anni, o magari le vene delle gambe che col caldo si gonfiano e mi costringono a camminate notturne da una stanza all’altra per alleviare il fastidio..

Sono inoltre ancora convinta che l’umidità irlandese dell’inverno 2006-2007 mi abbia causato i reumatismi, ed ho trascorso il periodo in questione lamentandomi così copiosamente da sembrare una comparsa de Le ceneri di Angela.

La fortitudine d’animo che quasi sempre mi accompagna nulla può contro gli acciacchi, i malanni, i piccoli infortuni che fanno parte della mia quotidianità; tre anni fa, in procinto di trasferirmi in questa parte d’Europa, pensai fosse una mossa furba portare con me lastre e referti medici vari. Bene, sono rimasti ai piedi delle Alpi, che così tanto spazio in valigia da dedicare alla storia del mio fisico malandato non ne avevo.

Ciononostante, in quasi tre anni d’Albania non sono mai stata – tocchiamo ferro – in ospedale. Che sia stata una reazione involontaria a tutte le volte in cui qualcuno mi ha detto “se stai male, fatti mettere sul primo volo per l’Italia” o invece conseguenza dell’effetto dopante che queste terre hanno sul mio sistema immunitario, sta di fatto che ad oggi non mi ero neanche presa la briga di procurarmi il libretto necessario ad avere assicurate le cure mediche di base.

 Poi un martedì mattina, sulla linea Unaza che mi portava verso l’ufficio, ho avvertito un senso di nausea tipo tsunami stranamente non dovuto alla guida spericolata dell’autista.

Senza stare ad approfondire il malore corredato di mal di testa, fitte al ginocchio e tremore della mano, mi sono trovata in una situazione in cui – guarda un po’ – il possesso di tale libretto era richiesto.

Mi è tornato in mente il cazziatone di mio padre quando, fresca d’emigrazione, lamentai l’orrenda truffa (20 centesimi) perpetrata ai miei danni dal fattorino dell’autobus Durazzo-Tirana: il saggio genitore dalle fulve chiome sottolineò che sta a me trovare il modo di farmi capire ed eventualmente protestare davanti ad un’ingiustizia o a una necessità, che nessuno mi avrebbe mai regalato nulla e che, minchiona che sono, avrei dovuto chiedere il prezzo del biglietto prima di adagiare il posteriore sul sedile.

Discorso che, riadattato alla situazione attuale, suonerebbe come tre anni e ancora non hai finito di raccattare i documenti che ti servono per vivere decentemente in Albania?

La morale di questo racconto fatto di malattie ottocentesche e di incidenti improbabili ma potenzialmente mortali è questa: i documenti servono, anche se la voce persistente della pigrizia fa credere di no.

A parte lo stato di famiglia e il certificato di nascita richiesti per il permesso di soggiorno, quelli sono 32 euro buttati, alla polizia per l’immigrazione non li hanno mai voluti.

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Nei giorni feriali mi ammalo, in quelli festivi mi piace lavorare e diventare best buddies con la sedia accanto alla mia.

Nel dubbio, per ora resto

Dopo l’imbarazzante confessione circa le mie competenze casalinghe, ecco un nuovo episodio di Nel dubbio [insert topic]

Resto a Tirana perché sono vecchia dentro e non riesco a reggere i ritmi torinesi.

Ecco, l’ho scritto, carta canta.

Che me lo ricordo il mio unico lavoro full time dall’altra parte della città, che ci mettevo 50 minuti col 71 e figurati se avevo voglia di arrivare a casa alle 19, incipriarmi il naso e uscire di nuovo.

Probabilmente vedo piu’ spesso i miei amici torinesi ora che sono all’estero.

Tirana è caotica ma raccolta, si estende soprattutto in verticale e un bar carino lo si trova in ogni quartiere, non c’è bisogno di lasciare la macchina a Porta Palazzo per andare a San Salvario.

È anche vero che quando vado a Torino riesco a bere mezza bottiglia di Slivovice al mio pub preferito senza avere il doposbornia, qui un bicchiere e mezzo di vino e la mattina dopo chi mi parla è perduto.

Però dopo una serata al mio pub preferito mi sono rotta il naso, che non sarà un doposbornia ma credo valga qualche punto. Per non parlare della volta in cui uscendo dallo stesso luogo mi sono fatta investire da un Defender e gli ho piegato il paravacche.

A Tirana hai una carta bancomat nel portafogli per ogni azienda in cui hai lavorato, e potresti sentirti molto figa quando cerchi di usarle al supermercato, se non fosse che tutti hanno una collezione come la tua (che potrebbe essere usata al posto delle referenze ai colloqui).

Inoltre, qui il tuo bar preferito apre presto, quindi metti che hai avuto una brutta mattinata: basta imboccare la giusta traversa e il resto della giornata è tutto in discesa.

Non che finora mi sia capitato, ma è un’opzione da tenere in considerazione.

E poi c’è l’alcol sfuso e fatto in casa, nello specifico il (la?) raki, che non riuscirei mai a berlo ma se te lo spalmi sulla schiena quando hai il raffreddore ti manda in un girone dantesco per qualche minuto e poi ti rimette a nuovo.

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Dieci anni, un libro, un film

La meglio gioventù è uno di quei film che devi guardare, e che magari non guardi mai. Anche se sei una studentessa di storia del cinema, perché a te sono sempre piaciuti i film europei ma non quelli italiani.

Poi una sera, durante il tirocinio curricolare all’estero, un collega irlandese ti racconta che la sua docente di italiano, torinese, gliel’ha fatto guardare a lezione e che gli è piaciuto moltissimo. Allora ti chiedi se non sia il caso di investire sei ore e dargli una chance, come quella che Derek Zoolander chiese ed ottenne da suo padre.

Ma il film festival dove fai il tirocinio è sponsorizzato da una nota marca di whiskey e l’intera serata, suggerimenti cinematografici compresi, con l’alba diventano vagamente nebulosi.

Fast forward a quattro anni dopo, quando cazzeggi per Pisa facendo la studentessa fuori sede e durante una visita al supermercato trovi il cofanetto dvd del film di Marco Tullio Giordana a prezzo stracciato. Ti torna in mente il tirocinio, il sapore del whiskey & ginger e il collega che studiava italiano. Così investi parte dei tuoi averi e lo compri.

Ti innamori del film, dei suoi personaggi (e soprattutto di Alessio Boni), ti dici che sono state sei ore spese benissimo. Poi cambi casa, la vita ti porta lontano e te ne dimentichi.

Finché una domenica sera, nervosa e in piena PMS, ti ricordi di averne una copia sottotitolata in inglese e ti viene una strana urgenza di riguardarlo, sdraiata sul divano rosso al secondo piano del palazzo di Tirana ovest.

Finita la visione e versate le lacrime d’ordinanza, ripercorri al contrario i dieci anni trascorsi da quella prima volta in cui pensasti che sarebbe stata una buona idea dare quella chance. Dieci anni di valigie, di treni e aerei, di case provvisorie e di quell’irrequietezza che solo ogni tanto pare quietarsi.

Nel film c’è tanta Torino, c’è tanta storia che hai studiato sui libri e paradossalmente per una pellicola che non volevi neanche guardare, ci sono tanti ricordi.

Ti rendi conto che anche se quell’edizione in cofanetto l’hai lasciata in un appartamento condiviso alla periferia di Pisa, in qualche modo ha fatto molta strada con te. Quasi come l’edizione rovinata, riletta mille volte e sottolineata di quello che forse non è il romanzo migliore mai scritto, ma è il romanzo che infili in borsa ogni volta prima di partire.

L’arte forse imita la vita, di sicuro la accompagna.

Ci sono cose che non cambiano mai.

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Primavera

Che qui si dice pranverë, una parola che mi piace tantissimo perché contiene verë, vino.

Ognuno ha le sue debolezze, ed è comunque un passo avanti rispetto a quando – come mi ha recentemente ricordato un’amica di lunga data – facevo colazione con la vodka.

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Un tetto che pare quello del Million Dollar Hotel di Wenders

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Tramonti color porcellino