Tutti in casa

Dall’ultimo post, quello sulla torta pasqualina, la placida vita albanese è stata scossa prima dal devastante terremoto di novembre e poi, più di recente, dai primi casi confermati di contagio da Covid-19. È quasi ironico pensare che siamo tutti (o quasi) rintanati tra le quattro mura dentro cui ci siamo presi uno spavento non dei più leggeri appena quattro mesi fa.

Se c’è una cosa che posso dire, è che il Governo albanese ha preso la questione virus molto seriamente fin dal primo caso positivo.

Ci sono stati persino sprazzi di socialismo, che per un Partito Socialista non è male: gli ospedali privati sono costretti a cooperare per far fronte all’emergenza, pena il sequestro delle strutture; negozi e farmacie scoperti a gonfiare i prezzi subiranno lunghe sospensioni delle licenze; i grandi imprenditori (quelli che qui chiamiamo amichevolmente oligarchi) sono stati bacchettati per aver chiesto aiuti statali quando, per usare le parole del premier, “invece di chiedere dovrebbero dare“.

D’altra parte, le misure preventive sono state seguite un po’ alla carlona, con bar chiusi per finta, passeggiate al Parco Grande (pare che la polizia sia intervenuta per rimandare a casa il gran numero di persone assembrato intorno al Lago Artificiale), instastar locali in tenuta “apocalisse zombie chic” pronti ad approfittare delle strade deserte per scattarsi foto à la “28 giorni dopo” e, in generale, quella sorta di fatalismo che fa un po’ parte della realtà che mi circonda.

Per dirne una, fino a ieri abbiamo avuto il coprifuoco dalle 10 del mattino, ma ad ogni ora del giorno la mia strada contava un numero non indifferente di giulivi passanti.

La Farnesina sta continuando ad assistere gli italiani che vogliono rientrare, ma io non faccio parte della categoria – come per il terremoto, anche in questo caso mi rendo conto che, bene o male, questa città in cui sono capitata un po’ per caso e un po’ per scelta è casa mia; se devo restare a casa, io resto qui.

Per il tipo di lavoro che svolgo, sono abituata a passare molte ore in casa: spesso esco per lavorare un paio d’ore al mattino, un paio a metà giornata e poi tre-quattro nel tardo pomeriggio; lo scrivo per sottolineare che forse per questo motivo non sto soffrendo troppo la quarantena (anche se un caffè americano al bar è diventato il mio sogno proibito fin dal secondo giorno), ma non sono indenne alle ovvie ondate di ansia e preoccupazione, che cerco di tenere a bada immaginando un post-emergenza più sostenibile e, possibilmente, senza il turbocapitalismo che abbiamo imparato a conoscere e che non ci sta troppo simpatico.

Cercando di non crogiolarmi nel dolce far nulla più assoluto, l’impellente ed innegabile creatività che mi contraddistingue ha fatto sì che mi lanciassi in un progetto di ripasso dell’italiano su Instagram: da domani, domenica 22 marzo, giorno di totale lockdown dell’intero Paese, pubblicherò un post con una parola al giorno; ad ogni parola assocerò quante più informazioni possibile, cercando però di non scadere nella noia più infinita. Missione impossibile? Potenzialmente sì, vedremo.

Se qualcuno volesse assistere o partecipare, su Instagram sono @annagiuliabi.

Non so chiudere i post con frasi ispirazionali, speranze per il futuro o simili: sono cose che non mi appartengono e a scriverle mi sentirei un po’ fuori luogo. Le mie speranze sono quelle di tutti: un rallentamento del contagio, possibilmente un vaccino al più presto. Incrociamo le dita, facciamo di questi giorni di riposo forzato ciò che vogliamo senza sensi di colpa, comportiamoci responsabilmente, approfittiamo delle meraviglie della tecnologia per tenerci vicini ai nostri cari. E non usciamo di casa con le ciabatte che usiamo in casa (sì vicini di casa che ho incontrato stamattina sulle scale, dico a voi).

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