L’expat pioniere

Nel corso degli ultimi sette giorni, ho avuto modo di confrontarmi con due altre expat su quella che mi piace definire “la sindrome del pioniere”.

Qualche sera fa ho avuto un breve scambio di opinioni con Anna (su Instagram @annestoppable), italiana che vive ad Oxford: tutto è iniziato da alcune sue IG Stories in cui parlava di un paio di persone che l’hanno bloccata sul social perché aveva, gentilmente, dato punti di vista diversi sui Paesi in cui abitano (e in cui Anna stessa ha vissuto).

Ciò che ho notato in cinque anni di espatrio è che a volte, nell’incontrare altri stranieri che si sono trasferiti in questo Paese, da parte di alcuni di loro percepisco un senso di competizione, quasi un fastidio derivante dal non essere gli unici expat in città (i pionieri, appunto).

Reference: Little Britain, “the only gay in the village”

Ho appena realizzato che avrei potuto semplicemente condividere il video qui sopra, sostituendo la parola “gay” con “expat”: racchiude perfettamente ciò che sto raccontando.

Ad ogni modo, quando si incontra un “pioniere mancato” di solito ci si ritrova ad ascoltare un monologo un po’ soporifero: l’expat pioniere conosce meglio la realtà locale, ha già viaggiato di più sul territorio, ha già connessioni e contatti “importanti” che, nella sua visione, suppliscono al fatto che tu o altri siate nel Paese da più tempo.

“Contatti importanti

Credo sia abbastanza evidente che il tempo passato con i pionieri mancati sia molto divertente, estremamente interessante e affatto noioso.

Pensavo che questa specie fosse rara e che appartenesse principalmente ai Paesi in cui il numero di expat è ancora relativamente basso, ma è bastato un breve scambio di messaggi con Anna per realizzare che non è così.

La questione è che, almeno secondo me, questo senso di competizione non porta da nessuna parte: i locali si annoiano presto dell’atteggiamento (un tantino post-coloniale) di chi parla della loro realtà a cazzo di cane senza voler prima capire e conoscere davvero, mentre gli altri espatriati si stancano di avere a che fare con qualcuno che non vuole condividere, quanto vantarsi.

L’ho fatto anch’io, appena arrivata in Albania cinque anni fa? Probabile. Non ne ho memoria, forse perché all’epoca non avevo amici che non fossero albanesi, ma non mi stupirei se mi venissero a dire che in qualche occasione sono stata pedante, o che ho fatto la ruota come il pavone.

Per fortuna non tutti gli espatriati sono così, anzi: sia dal vivo che online ho conosciuto persone interessanti, che hanno voglia di condividere le loro esperienze ma allo stesso tempo anche di conoscere di più, di ascoltare, di confrontarsi.

Mi rendo conto che, soprattutto su Instagram, paghi di più porsi in altri modi, far vedere lo scintillio di una vita dorata che ricorda un po’ gli zii d’America, quelli che oltreoceano facevano fatica a mettere insieme il pranzo con la cena, ma che tornavano al paesello con regali per i cugini fino al quinto grado (se dobbiamo vivere peggio, che siamo partiti a fare?), ma il senso di comunità, di rete che si riesce a costruire confrontandosi davvero con le altre persone vale molto più di quella illusione: smettere di competere fa vivere meglio, soprattutto se ci si rende conto che si sta correndo da soli.


Un pensiero su “L’expat pioniere

  1. nevicancora ha detto:

    Ah, quindi non sono l’unica a incappare in questo tipo di persone :’)
    I social alimentano sicuramente tantissimo il bisogno di “sfoggiare” quanto più possibile la propria dimestichezza con una nuova realtà, indipendentemente da quanto ci sia di vero in tutto ciò. Devo dire che, però (e aggiungerei purtroppo), sembra essere un atteggiamento piuttosto comune anche in conversazioni private fra due persone.
    Giusto per citare un episodio recente, ho avuto una conversazione surreale con un conoscente trasferitosi in Germania da poco meno di un mese. Premesso che il suo Tedesco era giusto poco più che basilare prima della sua partenza, mi sono dovuta sorbire un’intera sessione di autocelebrazione (piena di riferimenti alle sue “conoscenze” in loco) che ha deciso di terminare con un sofisticatissimo “Ma guarda, io mi sto davvero specializzando!”, in riferimento agli incredibili progressi linguistici fatti durante le quattro misere settimane sul posto.
    Santa pazienza!

    "Mi piace"

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