Cartoline tragicomiche di un fine settimana italiano

Me lo sono chiesta da quando ho acquistato il biglietto, come sarebbe stato rientrare in Italia dopo due mesi di assenza.

Mi chiedevo se le abitudini abbandonate fossero rimaste nascoste in qualche anfratto cerebrale, o se invece mi sarei sentita strana, straniera.

Purtroppo ho perso l’aereo, così che tali insidiosi quesiti hanno attanagliato la mia mente 30 ore più a lungo del previsto.

Arrivata a Genova più povera di 150 Euro, ho sborsato 4 sacchi per un caffè e un po’ d’acqua e mi son detta ehi, non sto avendo un infarto, mi sembra quasi normale!, prima di spendere altri 14 Euro per arrivare dall’aeroporto ad Alessandria, meta del mio peregrinare.

Insomma, i prezzi rimangono impressi nella mente e mi è capitato solo una volta di dire ad alta voce In Albania costa meno.

Per non dilungarmi troppo e rischiare di causare una forma acuta di narcolessia ai lettori, mi limiterò a due elenchi quanto più possibile concisi.

Elenco Numero Uno: cose, persone, frasi che mi son sembrate usuali anche dopo molto tempo.

  • Tutti parlano la mia lingua. Sembra una sciocchezza, e sì anche in Albania la parlano in molti, ma riabituarmi all’utilizzo immediato dell’italiano è stato facile e affatto traumatico. Non come quando tornati dal tirocinio a Dublino, io e il mio degno compare urlavamo oscenità in centro a Torino come se i nostri concittadini fossero anglofoni.
  • Quando ci sono le strisce pedonali, i pedoni attraversano e le macchine (di solito) aspettano. Questa abitudine me la dovrò far passare in fretta, o la mia vita di tironse avrà breve durata.
  • Le ultracinquantenni solcano le strade dei centri cittadini agghindate come le quindicenni di Barriera di Lanzo il sabato pomeriggio: minigonne di jeans, stivali texani con borchie, magliette coperte di paillette, trucchi shimmer. Ed è normale. Un po’ antiestetico, ma normale.
  • I mercati di Torino. Neanche se possedessi la prosa aulica di  Erri De Luca o di Bono Vox sarei in grado di descrivere il senso di leggerezza, gioia, allegria e consumismo folle che si respira tra i banchi dei mercati torinesi. E queste sensazioni sono sempre le stesse, non cambiano. Mentre invece cambiano le merci, e dove ieri c’erano le pesche oggi ci sono i melograni, dove due mesi fa si vendevano costumi Calzedonia con l’etichetta tagliata oggi ci sono cappotti Rinascimento dalla provenienza ugualmente dubbia.
  • Niente wifi. Sono stata per due giorni, per un totale di 48 ore, senza alcun accesso a internet perché nei luoghi aperti non c’è e ben pochi bar lo offrono ai clienti. Poco male, avevo due mesi di arretrati da raccontare e ascoltare.

Elenco Numero Due: piccoli shock socialculturali (aka ma io davvero vengo da qui?)

  • Ho perso l’abitudine di chiedere gli scontrini e per me, giurin giurello, è qualcosa di sconvolgente. Ero la paladina dello scontrino al bar, non mollavo la preda finché non mi porgeva con aria di sdegno il fantomatico pezzetto di carta, che se devo pagare un Euro per un caffè allora tu ci paghi le tasse, maledetto evasore. E invece nulla, la serenità più completa. Finché non sono rinsavita e ho ricominciato a prodigarmi nella lotta all’evasione fiscale.
  • I sapori. Per quanto io sia una grande fan della cucina albanese e dei profumi degli ortaggi autoctoni, mettere in bocca un boccone di tagliata di manzo ha avuto l’effetto di un’epifania. Stessa storia con il prosciutto cotto e con la mozzarella fiordilatte. E se devo dirla tutta, uguale con la sfoglia alla mela e crema pasticcera mangiata a colazione. Io so che la cucina italiana è buona, lo sapevo anche qualche giorno fa, ma ho subito una sorta di estasi papillare. E ho infilato nella valigia del ritorno un trancio di Grana Padano da un chilo e due.
  • LE HOGAN. Non saprei descrivere com’è la vita senza vedere quegli orrori ambulanti, e quanto sia traumatico ritrovarseli davanti. Soprattutto se la “H” laterale è cosparsa di strass. Ecco, questo breve soggiorno italiano mi ha aperto gli occhi, forse per la prima volta ho guardato ad una parte del bel paese con gli occhi di chi non ci vive, e l’ho visto simile alle Hogan: bruttino, eccessivamente caro, non particolarmente comodo nonostante le apparenze. E questa riflessione si sposa con la magnifica esperienza con Alitalia. Che era però disposta a vendermi un frigorifero o una lavatrice a bordo.

alitalia

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